Richard W. ROGERS Jr. (“The Last Call Killer”; “il killer dell’ultimo drink”)


Metà luglio 1992, NY. 
Un’operatore ecologico intento a svuotare i cestini vicino ad un garage pubblico non riesce a sollevare uno dei sacchetti da buttare.
E’ così pesante che si vede costretto ad aprire il sacco per smaltirne un po’ alla volta. Ma aperta la plastica, trova una testa umana.

il bidone del primo ritrovamento.
il sacchetto contenente la testa della vittima.

Chiamata la polizia, si scoprono altre parti umane in altri bidoni della zona (Garden State Parkway in Ocean County e Burlinghton County). In totale 7 parti: testa, braccio dx e sx, gambe dx e sx, tronco superiore e tronco inferiore. 
(circostanza inquietante: circa un mese prima, poco distante, erano venuti alla luce i resti semisepolti di Sidney J. Reso, un dirigente della Exxon rapito da due mesi.)
Le parti smembrate sono state accuratamente lavate, e anche i sacchetti stessi. 
E’ stato legato ai polsi, accoltellato numerose volte a cuore, polmone torace e addome, e poi smembrato.
Sui polsi della vittima si trovano segni di legatura.
In un sacchetto vengono trovati due guanti di lattice, un lenzuolo, una sega e una tenda da doccia.


il lenzuolo.

Il lavaggio attira l’attenzione degli inquirenti: è come se mostrasse una certa cura o riguardo nei confronti della vittima, oltre che la volontà di cancellare le impronte.
Trovano anche il portafogli della vittima 56enne Thomas Mulcahy:
era un responsabile commerciale di un’azienda informatica del Massachusset (Bull Information Systems in Billerica) . Si trovava a New York per tenere un discorso al World Trade Center.
Sposato per 33 anni, padre di 4 figli.

l portafoglio della vittima ritrovato in uno dei sacchi.

La moglie racconta che il marito ad un certo punto del loro matrimonio aveva cominciato a sperimentare rapporti omosessuali.
L’ultima traccia dell’uomo in vita è alle 23:15, due giorni prima del ritrovamento: a quel momento risale il suo ultimo prelievo bancomat.
Poco dopo si è fermato in un gay bar di lusso a Manhattan, ed era stato visto bere da numerosi testimoni (come dimostrato anche dall’autopsia, il su tasso alcolico confermava l’assunzione di diversi drink).
Parlava con un uomo bianco coi capelli castani, ma nessuno sa se avessero lasciato assieme il bar. Viene fatto un identikit.

l’identikit dell’uomo visto bere al bar con la vittima.

In uno dei sacchi che contenevano le parti smembrate della vittima c’era anche la plastica che conteneva dei guanti in lattice.
Dall’etichetta del prezzo riescono a risalire al negozio che li ha venduti: si trova a Staten Island, sempre a NY.
L’indizio è interessante ma non lascia nessun appiglio per poter individuare una persona precisa tra le migliaia di abitanti della città.

Un anno dopo il delitto, nello stato adiacente del New Jersey avviene un caso che ha dei punti in comune:

Un altro cadavere smembrato nello stesso modo (sette parti), e inserito all’interno di sacchi.
Prima di essere gettati, i resti erano stati accuratamente lavati.
I polsi e le caviglie mostravano di nuovo segni di legatura.
Non solo: come nel delitto di NY, ogni sacco era a sua volta inserito all’interno di un altro sacco. E ogni sacco aveva un doppio nodo.
Anche questa volta niente impronte digitali, DNA o altri dettagli utili ad identificare l’autore dell’omicidio.

testa, braccia, gambe, tronco superiore e addome.

La vittima viene riconosciuta come Anthony Marrero, di 44 anni, conosciuto per prostituirsi nell’ambiente gay e adescare possibili clienti alle stazioni degli autobus.

la seconda vittima ritrovata, Anthony Marrero.

Il particolare modo in cui sono stati separati gli arti (non tagliando l’osso, ma disarticolando le giunture) fa pensare agli investigatori che chi ha perpetrato i delitti abbia una qualche nozione di anatomia.

Ancora una volta uno dei sacchetti è particolare: viene distribuito solo in 9 esercizi commerciali; uno dei quali a Staten Island.

Il negozio in questione si trova poco distante dalla farmacia presso la quale sono stati acquistati i guanti del primo omicidio.
Gli inquirenti ipotizzano che l’assassino possa vivere o lavorare in zona.

Decisi ad avere un nome, viene impiegata una tecnica particolare (“super glue fuming”) per estrarre le impronte digitali invisibili ad un primo esame: e infatti escono due impronte digitali parziali e un’impronta palmare parziale presenti sul sacchetto.
Purtroppo dal registro nazionale non esce nessun risultato combaciante.

Passano solo due mesi e viene fatta la terza orrenda scoperta.
Nel bidone di fronte ad un chiosco di hot dogs a Rockland County, 12 miglia fuori NY, viene visto un sacchetto dal quale esce un braccio umano.

Sette pezzi. Doppio sacco, doppio nodo. Tutto è stato lavato.
E’ la signature del serial killer.

La vittima è il 55enne Michael Sakara, un tipografo di Philadelphia.

Era un cliente abituale di un piano bar rinomato nel Greenwich Village, il “5 Oaks”, locale frequentato in buona parte da clientela omosessuale.
La barista ricorda che accanto a Michael, l’ultima sera prima della scomparsa, si era seduto un maschio bianco con capelli scuri, che lei non aveva mai visto prima al bar.
“pensai che conoscesse Michael perchè tra tanti sgabelli vuoti andò dritto a sedersi in quello accanto a lui. Gli servii scotch e acqua e Michael mi disse “lui si chiama così e cosà, è infermiere all’ospedale St. Vincent a Manhattan”.
Quando la barista finisce il turno e lascia il locale, i due uomini sono ancora al bancone. Nessuno li vede uscire assieme.
La barista dice che Michael non era il tipo da portarsi a casa uomini conosciuti al bar, usciva sempre da solo.
Non riesce a ricordare il nome col quale le è stato presentato perchè era un nome molto comune, come John o Mark, e non ci ha prestato attenzione.
Non ricorda mai i nomi, in compenso è molto fisionomista: è in grado di fornire una descrizione del suo viso:

Gli inquirenti passano al setaccio il St. Vincent Hospital e individuano un infermiere 38enne che assomiglia all’identikit e che vive proprio vicino ai due negozi dei guanti e del sacchetto:

Ma le impronte non coincidono.

Non si riescono a fare passi avanti nelle indagini.
Nessuna pista passionale, conoscenza comune tra le vittime, nessun ulteriore testimone.
L’investigatore Kuehn che segue il caso la prende così sul personale che ingaggia i suoi stessi figli per volantinare tutti gli altri ospedali di NY con l’identikit del sospetto, pensando che forse ha fornito dati parzialmente falsi alla sua ultima vittima. Ma nulla.

Il caso diventa un cold case.
Anche i delitti cessano. L’assassino è morto, non è più in grado di uccidere, o ha cambiato stato e/o modus operandi.

Passano 8 anni.
L’investigatore che seguiva il caso sente parlare di una nuova tecnica usata in Canada per rilevare le impronte, chiamata “Vacuum metal deposition” -” VMD”. Può rilevare impronte digitali su superfici non porose anche su oggetti lasciati in deposito per 50 anni.

Immediatamente vengono inviati una dozzina di sacchetti dall’ultimo delitto, che vengono sottoposti a vapori d’oro e zinco, rendendo visibili le impronte occulte che vengono fotografate. Ne escono ben 16, ancora meglio definite rispetto alle due precedenti.
Viene ritentato un match nel database nazionale, ma di nuovo non esce nulla.

Il perseverante detective trasferisce su carta le impronte e le invia ad ogni contea, richiedendo un confronto ad occhio nudo con tutte le impronte che non sono mai state caricate nel database digitale. Un lavoro immane.

Una delle buste giunge anche nello stato del Maine, tra le mani di Kimberly Stevens. Sapeva che era praticamente impossibile trovare una corrispondenza, ma cercando pazientemente escono fuori 13 possibili coincidenze.

Tira fuori anche le cartelle di impronte prelevate su carta, comparando a occhio nudo con quelle dei delitti: un lavoro estenuante che si può fare solo quando l’occhio è riposato.

Un giorno esce una corrispondenza totale.
Deve però essere sottoposta ad un altro esaminatore, per essere confermata.

E’ ufficiale: le impronte appartengono a Richard W. Rogers Jr., un ex studente in linguistica dell’università del Maine.

Nel 1973 aveva ucciso a martellate il compagno di stanza del college.
Poi lo aveva avvolto in una tenda da doccia di plastica, e lo aveva scaricato lungo una strada.

Rogers da giovane.



Durante il processo dichiarò che si era trattato di legittima difesa.
E incredibilmente la giuria gli credette.
Non fu incarcerato.
Si trasferì a NY.
20 anni dopo avrebbe ricominciato ad uccidere.

Anche dopo tanti anni la barista riconobbe correttamente la foto di Rogers in mezzo a molte altre di soggetti simili.

La sua casa era vicinissima ai negozi dove si era procurato il materiale per gli omicidi.


Dentro hanno trovato alcune VHS suggestive tipo “Piano, piano, dolce Carlotta” e “Non aprite quella porta”

All’intern di una bibbia erano state sottolineate tutte le parti che menzionavano decapitazioni e smembramenti.

e forti sedativi che non gli erano mai stati prescritti.

E’ stato ricostruito il suo modus operandi:
Rogers entrava in locali per gay e individuava un soggetto tra quelli che bevevano molto. Non è chiaro se cominciasse a drogarli nel bar per indurli più facilmente a seguirlo, o se lo facessero spontaneamente.
Una volta condotti nella “tana”, venivano accoltellati e smembrati; si liberava dei corpi nel New Jersey nottetempo, per allontanare i sospetti dalla sua zona.
Ma nonostante tutte le precauzioni prese -lavaggio accurato di corpi e sacchetti, guanti di lattice- qualche impronta era rimasta lo stesso.

Durante il processo Rogers non ha mai voluto chiarire i motivi dei suoi delitti. Ma la matrice sessuale è innegabile.
E’ stato condannato nel 2006 a due ergastoli (sono stati presi in esame solo i due omicidi con più evidenza di prove).

informazione: il prossimo articolo del blog verrà pubblicato quando questo post raggiungerà i 5 like o 5 condivisioni. A presto!

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