La famiglia Tan, (Geylang Bahru Family Murders)

La famiglia Tan era composta da una coppia sposata e dai loro 4 figli di 10, 8, 6 e 5 anni.

La famiglia Tan.
La famiglia Tan.

I coniugi gestivano assieme un piccolo servizio di scuolabus: in pratica si facevano pagare un abbonamento dalle famiglie che desideravano che i propri figli venissero trasportati a scuola alla mattina.


Un minibus del tutto simile a quello utilizzato dai coniugi Tan.

Ogni giorno i genitori  Tan Kuen Chai e Lee Mei Ying lasciavano la loro abitazione nel quartiere di Geylang Bahru, Singapore, alle 6:35 in punto, per cominciare il giro dei bambini da portare a scuola dalle zone più periferiche.
Alle 7:10, durante il tragitto, il camioncino faceva una sosta vicino ad una cabina telefonica, in modo che la madre potesse chiamare a casa per svegliare i propri figli in tempo, così che anche loro potessero andare a lezione, da soli.
I tre bambini più grandi portavano il più piccolo all’asilo, e poi andavano assieme alla scuola elementare che frequentavano tutti e tre, in classi diverse.



La mattina del 6 gennaio 1976 però alla consueta telefonata non risponde nessuno.
“Quei dormiglioni!” pensa Mei Ying, e riprova altre due volte, sempre più innervosita.
Continuando a non ricevere risposta e non potendo nè tornare indietro nè ritardare ulteriormente il giro dello scuolabus, decide di comporre il numero di un vicino di casa, pregandolo di svegliare lui i bambini.
La richiesta viene prontamente eseguita, ma anche bussando e chiamando, nessuno arriva ad aprire la porta di casa Tan.
Nell’impossibilità di ricontattare la madre ad un qualsiasi numero telefonico, la cosa rimane in sospeso fino al ritorno dei coniugi a casa, alle ore 10.

Probabilmente convinti che i figli fossero andati a scuola, anche se forse in ritardo, i coniugi Tan trovano invece la casa esattamente come l’hanno lasciata.
Nel senso che tutte le scarpe e le cartelle dei figli sono nell’ingresso.
“Non si sono quindi ancora svegliati??”
Corrono nelle camere, ma nessuno dei bambini è nei propri letti.

E’ la madre a ritrovarli. Sono dentro al bagno. I loro cadaveri, che indossano ancora le magliette e gli indumenti intimi della notte, sono impilati uno sopra all’altro: Kok Peng, il più grande, è sotto. Un suo braccio è quasi staccato dal resto del corpo, a causa della violenza dei colpi.
Accatastati sopra di lui gli altri fratelli e sorelle, fino alla più piccola in cima, Chin Nee, con il viso orrendamente sfigurato da un’ arma da taglio.
Ogni bambino ha ricevuto almeno 20 colpi, soprattutto al capo.
Una vera e propria mattanza, metodica e instancabile.

Dalla casa non è stato rubato nulla. I bambini non sono stati aggrediti sessualmente. Non ci sono segni di scasso.
Il quadruplice delitto appare allo stesso tempo orribile e inspiegabile.

Un articolo di giornale riguardante gli omicidi dei piccoli Tan.
Un articolo di giornale.


Chi può essersi fatto aprire in quel relativamente breve lasso di tempo, tra l’uscita dei genitori e la telefonata rimasta senza risposta?
I bambini avrebbero aperto ad uno sconosciuto, forse ancora mezzi addormentati? Come faceva l’omicida ad essere certo che i piccoli fossero a casa da soli? Aveva spiato la casa? Solo quella mattina, cogliendo un’occasione… od ogni giorno, assistendo ad una consuetudine, ed elaborando una fantasia di massacro, volendo sfruttare un’opportunità abbastanza rara nel quartiere?

I corpi dei fratelli Tan vengono portati via dalla polizia tra la folla sconvolta.
I corpi vengono portati via dalla polizia tra la folla sconvolta.

Si cominciano a fare ipotesi e a cercare qualche indizio.
E’ agghiacciante anche solo pensarlo, ma viene considerata anche l’idea che i genitori stessi abbiano potuto compiere la mattanza, creandosi un alibi col vicino di casa.
Ma il figlio più grande anche dopo la morte stringe nella mano una ciocca di capelli strappati, che non corrisponde nè ai propri, nè a quelli dei fratelli, nè ai genitori.
Il ragazzino realizzando cosa stava succedendo ha coraggiosamente cercato di combattere col suo aggressore, senza mai mollare la presa neanche sotto i colpi di un grosso coltello o machete, neanche quando quel braccio veniva praticamente staccato.

Si parla coi genitori, tremendamente provati. Non riescono ad immaginare chi al mondo avrebbe potuto odiarli a tal punto, perchè sembra proprio una specie di ritorsione, una vendetta personale, ma anche ipotizzando una reazione spropositata ad un piccolo sgarro, non riescono a fare alcun nome, nessuna pista sulla quale indirizzarsi.
Viene scandagliata la vita dei coniugi e dei loro familiari, l’unica cosa degna di nota è che lo zio dei bambini, cioè il fratello della loro madre, aveva partecipato ad una operazione finanziaria tipo tontina, ma questa pista scrupolosamente indagata non porta a nulla.

I coniugi Tan dopo l'omicidio.
I coniugi Tan dopo l’omicidio.



I genitori trovano anche impossibile che i figli ancora a letto avessero sentito il campanello e avessero aperto la porta ad uno sconosciuto, ma è anche vero che se questo sconosciuto avesse detto di essere un poliziotto, o di doverli avvertire di un incidente dei genitori, sarebbe stato forse possibile vincere la loro diffidenza.

Le armi usate paiono essere una mannaia da macellaio e un lungo coltello a doppia lama, come un grosso pugnale. Non vengono ritrovate sulla scena del delitto.
Le macchie di sangue presenti in casa (ancora ordinata, senza segni di lotta o rovistamenti) portano al lavandino della cucina, dove l’assassino sembra essersi lavato accuratamente e in tutta calma, senza temere il ritorno dei genitori o l’arrivo di vicini o polizia allarmati dalle urla dei bambini. Anche eventuali impronte o altre tracce sembrano essere state rimosse con cura e in tutta tranquillità.


Il fatto che i piccoli siano stati portati uno per uno in un piccolo ambiente appartato, il bagno, lascia ipotizzare che l’aggressore fosse da solo: se fossero stati più individui probabilmente avrebbero agito più velocemente, con dinamiche diverse. Anche il fatto che siano stati uccisi in ordine di età, dal più “pericoloso” al più inoffensivo, lascia pensare ad un atto premeditato da un individuo unico, preoccupato dal non riuscire a controllare del tutto un soggetto pronto a scappare, chiedere aiuto o combattere mentre lui si occupava dei più piccoli.

Un delitto progettato, agito in modo freddo, senza perdere la calma neanche dopo l’innegabile sforzo fisico, se non emotivo, di aver macellato quattro persone con un totale di circa ottanta colpi.

Un’anziana che sedeva ogni mattina a guardare dalla finestra proprio di fonte all’abitazione dei Tan, quella mattina e solo quella mattina non era presente perchè decise di lavarsi i capelli. Probabilmente l’assassino aveva controllato che non vi fossero testimoni. O forse la donna era stata minacciata per costringerla a tacere.

Una testimone mancata.

Risulta che la madre Mei Ying recentemente aveva perso la propria chiave di casa.
Aumentano quindi i sospetti che l’assassino sia una persona che gravita di frequente attorno alla casa, se non proprio a contatto con la famiglia stessa, insospettabile quindi, e che possa addirittura avere avuto accesso agli effetti personali della donna.

Questi sospetti trovano un’ulteriore conferma due settimane dopo l’omicidio, quando nella casa ormai silenziosa dei coniugi viene recapitata un’allegro biglietto per il capodanno cinese: rosso e festoso, assolutamente fuori luogo tra i telegrammi di condoglianze.

Il biglietto recapitato a casa Tan dopo gli omicidi.
Il biglietto recapitato a casa Tan dopo gli omicidi.

Dentro, una cartolina acquistata in un qualunque chiosco, raffigurante due bambini che giocano felici.

Sul retro, la scritta “ora non potrete più avere discendenti, ah ah ah”, firmato “l’assassino”.
La cosa ancora più inquietante è che la lettera è indirizzata ai coniugi, utilizzando i loro soprannomi che usavano solo in famiglia: Ah chai e Ah Eng.

Il particolare circa l’impossibilità di avere altri eredi sembra un preciso riferimento ad un altro fatto molto intimo: Mei Ying pochi anni prima, dopo la nascita dell’ultimo figlio, si era fatta operare per chiudere le tube e non avere altri bambini.
Questa circostanza come si può immaginare non era nota a chiunque al di fuori di una stretta cerchia familiare.

Non avere discendenti è nella cultura asiatica un marchio di infamia, perchè interrompe la linea familiare.

La lettera fa scartare decisamente tutte le teorie di pazzi omicidi che girano per i quartieri aspettando l’occasione giusta, e indirizzano ulteriormente verso un numero limitato di persone conosciute, a intimo contatto con la coppia, che probabilmente conoscono e con i quali parlano di fatti personali, entrando in contatto al punto da potersi fare rubare le chiavi senza accorgersene.

La stampa ha dedicato ampio spazio a questo delitto e le segnalazioni di possibili sospetti si moltiplicano, ma ben pochi reali riscontri vengono alla luce.

Un vicino di casa che abitava nello stesso complesso, ad un piano più alto e con una finestra che affacciava sul cortile interno, affermò di aver visto un uomo nell’appartamento dei Tan maneggiare con fare concitato la bambina più piccola, proprio la mattina degli omicidi. Ma aveva pensato che fosse il padre che sgridava la figlia, e non aveva fatto nulla nè tantomeno chiamato la polizia.
A causa del dislivello tra i due appartamenti non era stato in grado di vedere l’uomo in volto.

Un annuncio pubblicato dai coniugi Tan per sollecitare testimonianze.
Un annuncio pubblicato dai genitori per sollecitare testimonianze.



Solo la testimonianza di un tassista spicca nel mucchio: un tassista afferma di aver caricato un uomo quella mattina, attorno alle 8, vicino alla casa dei Tan.
Gli è rimasto impresso perchè sembrava avere i vestiti macchiati sulla parte sinistra, forse macchie di sangue; e aveva un coltello nella tasca del cappotto.
Grazie alla testimonianza del tassista si risale all’indirizzo dell’inquietante passeggero e… risulta essere un conoscente della famiglia Tan.
Un uomo che i bambini chiamavano “zio”.
Questo “zio” andava a trovare la famiglia Tan praticamente ogni giorno, non tanto per una reale affezione, ma più per usare il loro telefono, visto che lui non ne possedeva uno. O forse quello delle telefonate quotidiane era un pretesto per mettere il naso nell’intimità della famiglia.

Oltre ad essere stato riconosciuto dal tassista, testimonianze accertarono che l’uomo era uscito quella mattina dal proprio palazzo assieme alla sorella, proprio in un orario compatibile a raggiungere l’abitazione dei Tan in tempo per l’omicidio.

L’uomo fu arrestato, tuttavia in assenza di prove tangibili fu rilasciato dopo due settimane. Subito dopo il suo rilascio arrivò la cartolina con gli auguri di buon anno.


I Tan furono lasciati soli con la loro disperazione.

Le piccole vittime erano state sepolte il giorno dopo l’omicidio, assieme ai loro giocattoli preferiti, non lasciando spazio per ulteriori approfondimenti.
Le piste investigative esaurite.

Le tombe dei piccoli fratelli Tan.
Le tombe dei piccoli fratelli Tan.


Per la coppia lasciare la casa ogni mattina per fare il giro e accompagnare i bambini a scuola divenne qualcosa di insostenibile. Dovettero abbandonare l’attività di scuolabus, ma non poterono cambiare appartamento perchè l’80% delle persone di basso o normale ceto sociale vivevano in appartamenti assegnati dal governo, e traslocare richiedeva una grossa disponibilità economica.


Nell’impossibilità di ricrearsi una famiglia numerosa, cercarono di adottare dei bambini, ma la cosa non ebbe alcun seguito.
Per fortuna la sterilizzazione di Mei Ying non era veramente irreversibile come l’assassino pensava, e con molto dolore sia fisico che psicologico la donna si fece rioperare, riuscendo tra mille angosce solo due anni dopo a concepire un bambino sano, all’età di 35 anni.

Questo bambino rappresenta la rivincita morale nei confronti di un assassino psicopatico, e un tributo nei confronti di quattro bambini morti senza una ragione.

Voci di quartiere danno tutt’oggi per certa la responsabilità dello “zio”.
A quando si dica (senza tangibiliconferme purtroppo), il signor Tan spesso si incaricava di giocare dei numeri al lotto per conto dello “zio”.
Proprio poco tempo prima degli omicidi erano usciti i numeri richiesti dallo zio, ma quando questi si era recato a casa Tan per prendere il proprio biglietto e andare a riscuotere la propria fortuna, aveva scoperto con grande rabbia che il signor Tan aveva dimenticato di giocarli. Non gli aveva creduto e aveva pensato che Tan glieli avesse rubati, o che non li avesse giocati apposta perchè non voleva che lui vincesse.
Lo zio si sarebbe quindi vendicato, privando la famiglia della loro “fortuna”, vale a dire i bambini.
I coniugi Tan avrebbero rinunciato ad indicare più attivamente una responsabilità dello zio perchè lui sarebbe stato membro di una gang malavitosa, e loro utilizzati per il commercio di stupefacenti (scambi camuffati da frequenti “telefonate” al loro domicilio).
Qualcuno ricorda che lo “zio” forse aiutava anche nell’attività di scuolabus. Forse una copertura per lo spaccio e il commercio di droga? Al quale i Tan si sarebbero prestati più o meno volontariamente, più o meno ricattati.
Oltre a temere ritorsioni ancora più terribili rispetto a quelle subite dai figli (timore condiviso da alcuni probabili testimoni, ad esempio l’anziana che proprio quella mattina a quell’ora aveva deciso di “lavarsi i capelli”), il traffico di stupefacenti è tutt’ora punito a Singapore con la pena di morte.

informazione: il prossimo articolo del blog verrà pubblicato quando questo post raggiungerà i 5 like o 5 condivisioni. A presto!

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