Nora Fuller (parte 2)

(segue dalla parte 1)

Inizialmente la polizia non diede grande risalto alla preoccupazione della madre: Nora era solo una delle tante ragazzine irrequiete, sicuramente era scappata a divertirsi con qualche fidanzato.

Il Chronicle di S.Francisco negli immediati giorni successivi dedicò spazio alla notizia, e scrisse che “non vi è alcuna evidenza che la ragazza sia stata rapita, come sostiene la madre”.

Solo l’insistenza della famiglia potè far prendere più sul serio la scomparsa di Nora.


Le ricerche partirono dal Popular Restaurant, il luogo indicato per l’appuntamento.

Il proprietario del locale, tale F. W. Krone, testimoniò che il giorno della scomparsa, verso le 17:30, un cliente storico del locale (che era un assiduo frequentatore da ben quindici anni) si era avvicinato al bancone, informando il barista che “era in attesa di una giovane ragazza, e che se fosse arrivata e avesse chiesto di John Bennet, di mandargliela al tavolo dove stava seduto”.

Sentendosi chiamato ad una sorta di responsabilità nella gestione di quell’appuntamento, il barista aveva quindi osservato molto attentamente ogni nuovo ingresso nel locale, per valutare se si trattasse o meno della ragazza indicata, e così via. E aveva notato qualcosa di strano.

Passata qualche decina di minuti, l’affezionato cliente aveva cominciato ad innervosirsi, guardando insistentemente l’orologio, fissando la porta, e dopo una mezz’ora era addirittura uscito dal locale, camminando avanti e indietro sul marciapiede davanti all’entrata.

Infine questi si era allontanato; e da quel momento nessuno l’aveva più visto.

Al barista sembrò che il cliente fosse diventato così nervoso da rinunciare all’appuntamento.
Cosa avrebbe detto alla ragazza, quando sarebbe arrivata?
L’avrebbe fatta sedere a quel tavolo vuoto, in caso il cliente fosse tornato?
La situazione era un po’ antipatica, perchè il cliente dopo averlo incaricato se n’era andato senza dirgli una parola.

Ma le cose andarono diversamente: nessuna ragazza entrò mai nel locale chiedendo di lui, nè più tardi, nè nei giorni seguenti.

Probabilmente quindi il cliente aveva intercettato Nora fuori dal ristorante, e si erano semplicemente allontanati assieme.


Ascoltato dalla polizia, il proprietario del locale affermò di non conoscere questo assiduo cliente per nome, e neanche il personale potè fornire un’iniziale, un cognome, o indicarequale occupazione svolgesse, o dove abitasse.
Veniva spesso, e da olti anni, ma aveva sempre pranzato da solo e non si era mai soffermato in chiacchiere coi dipendenti.

Solo uno dei camerieri lo aveva soprannominato “Tenderloin”, perchè questo signore aveva a bizzarria di ordinare sempre una grossa bistecca, tipo porterhaus; ma stranamente consumava solo la parte più piccola e tenera, lasciando il resto nel piatto.

Le uniche indicazioni utili sull’uomo erano una sommaria descrizione fisica: sulla quarantina, ben vestito, baffi neri e curati.

Dopo il giorno dell’appuntamento non era stato più visto nel ristorante, nè vi sarebbe mai più entrato, a memoria di chi ci lavorava.

Qualche giorno dopo, un giornale pubblicò l’identikit e la notizia della scomparsa; ma questo non portò mai a nessuna informazione utile.

Un identikit di "John Bennett" fornito dai camerieri del ristorante
Un identikit di “John Bennett”, secondo le indicazioni fornite dai camerieri del ristorante.

La casa in affitto.

Lo stesso esatto giorno in cui Nora aveva letto e risposto all’annuncio sul giornale, un certo “signor C. B. Hawkins” si mise in contatto con l’agenzia immobiliare Umbsen & Co., per avere informazioni circa un immobile su due piani, locato in Sutter Street 2211.
(Per coincidenza, non troppo distante dall’abitazione di Nora).

Dopo aver discusso i particolari con l’impiegato C. S. Lahenier, ed essersi dichiarato soddisfatto dell’immobile, aveva deciso di prenderlo in affitto “per lui e per sua moglie, visto che erano nuovi in città, e che attualmente alloggiavano al Golden West Hotel.”

Lahenier aveva bisogno delle garanzie necessarie a stipulare il contratto, ma Hawkins non le possedeva.
L’impiegato avrebbe dovuto rifiutargli l’accordo, ma siccome l’uomo si giustificava col fatto di essere appena arrivato in città e si offriva di pagare immediatamente un anticipo in cambio delle chiavi, Lahenier lasciò uno spiraglio possibilista.
Dopo alcune contrattazioni, soprattutto per l’aspetto curato e rispettabile del cliente, e dando l’impressione di essere un uomo facoltoso, alla fine l’impiegato acconsentì, e la casa viene affittata.

la casa del caso di Nora Fuller.
La casa in questione.

Qualche giorno dopo un’altro impiegato dell’agenzia immobiliare, Fred Crawford, andò alla casa affittata per assicurarsi che tutto fosse a posto per i nuovi inquilini, nient’altro che una forma di cortesia.
Ma l’aspetto dell’immobile gli sembrò molto strano.
Anche solo da uno sguardo fugace, all’esterno, lo stabile gli sembrò disabitato.

Diede un’occhiata per quel che poteva, convincendosi sempre più che nessuno avesse mai spolverato i davanzali, arredato le stanze che si intravvedevano dalle finestre, spostato tende.
Crawford tornò in agenzia, ricontrollò carte, date, indirizzo, chiedendosi se si fosse confuso;
infine si decise ad andare di persona all’ultimo indirizzo conosciuto di questo cliente, vale a dire il Golden West Hotel, per chiedere del signor Hawkins, che forse a causa di malattia o altri imprevisti non aveva ancora traslocato;
ma nessun cliente nell’albergo risultava con quel nome.

La cosa rimane sospesa così, giorno dopo giorno.
D’altra parte i soldi dell’anticipo l’agenzia li ha ricevuti, quindi non conviene ficcare il naso nelle vicende private di questi coniugi Hawkins.


Però passato un mese, l’ 8 febbraio, un terzo impiegato dell’agenzia di nome H. E. Dean si ripresenta alla porta della casa, perchè deve riscuotere il secondo mese d’affitto.
Con suo grande stupore la casa sembra ancora essere deserta.

Questo decide allora di procurarsi un passepartout, ed entrare una volta per tutte a verificare cosa stia succedendo, e se recedere il contratto per affittare l’immobile a nuovi clienti.

La finestra sul retro nel caso di Nora Fuller
La finestra sul retro della casa.

Il piano terra è deserto, in effetti: senza mobili, disabitato, proprio come appariva sbirciando dalle finestre sulla strada.

Al piano di sopra sembra tutto ugualmente vuoto.
Tranne per una porta, la porta di una singola stanza, che è chiusa invece che spalancata, com’è di solito negli appartamenti sfitti.

L’impiegato Dean bussa, poi la apre, ma le tende sono tirate, e la stanza è nell’ombra completa.

Dean non riesce a capire, ma il suo sesto senso lo avverte di non entrare ad aprire le tende.
Grazie al tenue chiarore che entra dalla porta aperta, l’uomo intravvede qualcosa abbandonato sul pavimento, qualcosa che sembra un indumento colorato.

Incerto, i suoi occhi non si sono ancora abituati all’oscurità, ma capisce che non gli importa: lì c’è qualcosa che proprio non va.

Nel letto, con le coperte tirate fino al collo, sembra esserci qualcuno, o qualcosa.

A Dean si ferma il respiro, sente le vertigini e il panico assalirlo.

Gira i tacchi, e lascia la casa più in fretta che può.

Non sa cosa ha visto, e si sente come se non lo volesse sapere, come se la sua coscienza cercasse di concedere una grazia a se stessa.

Non si consulta coi colleghi, non telefona al suo capo: si precipita semplicemente per strada, alla ricerca di un poliziotto. Lo trova.

Solo allora torna alla casa; questa volta in compagnia dell’ufficiale di polizia Gill.
Sarà questo a salire di nuovo le scale, e ad entrare nella stanza, e finalmente a scostare quelle tende.

Quello che i due uomini vedono è una vecchia sedia in un angolo.
E un letto, con lenzuola nuove: hanno ancora le pieghe precise della stiratura, come se fossero state appena estratte dalla confezione.

Una coperta, e un grazioso quilt sopra di essa, completano il corredo del letto.


Tra le coltri pulite giace il cadavere di una giovane donna, difficilmente riconoscibile nei lineamenti, a causa della grave decomposizione.
Il sesso e l’età si possono intuire solo dai lunghi capelli scuri che incorniciano quello che un tempo era il suo volto.

La scena è orribile e surreale: le coperte nuove in una casa deserta.
Una ragazza morta, ma placidamente distesa come se stesse dormendo.

Sotto le coperte premurosamente tirate su, si intuisce chiaramente che è nuda.

Il letto nel quale fu ritrovata Nora Fuller.
Il letto nel quale fu ritrovata Nora Fuller.

Oltre ai vestiti della ragazza e alla sua borsetta, nella stanza è presente solo il mozzicone di un sigaro, buttato per terra.
Un uomo si è intrattenuto lì, non si sa se quando la sventurata era ancora in vita, o quando era già morta.

Nella borsetta della vittima nessun documento, nessun soldo, e neanche la cartolina con la quale Nora si era recata al suo appuntamento di lavoro.

Invece c’è un biglietto da visita, recante la scritta:

“Mr. M. A. Severbrinik
Cornacre, Eckford and Co. Port Arthur.”


Il nome dell’assassino, si dicono gli inquirenti, e si gettano come segugi a caccia della preda.

Ma in breve verrà accertato che il marinaio che portava quel nome non era implicato in alcun modo nella vicenda: per sua grandissima fortuna aveva infatti lasciato S.Francisco a bordo della Peking, diretto verso la Cina, ben tre ore prima che Nora Fuller lasciasse la propria abitazione.

Tutto lasciava quindi supporre che qualcuno avesse tentato di indirizzare le indagini verso un inconsapevole innocente, come se la vittima lo avesse conosciuto chissà dove, e lo avesse seguito in quella casa deserta.

Il biglietto del marinaio che è stato messo nella borsetta di Nora Fuller.
Il biglietto del marinaio che è stato messo nella borsetta di Nora Fuller.


Le indagini ripartono da zero.
Si torna nella surreale casa vuota.


In effetti qualcosa era sfuggito alla prima indagine:
nella stanza di fronte alla camera, sopra la cornice di un caminetto, stava una bottiglia di whiskey mezza vuota.
Nel bagno, un’unico asciugamano.

Comunque nessuna traccia di cibo, di stoviglie, di fonti di illuminazione, e neanche il gas era stato allacciato.

© Richard Tuschman, Hopper Meditations
© Richard Tuschman, Hopper Meditations



Tornando al piano di sotto, subito dietro la porta d’ingresso, un mucchietto di quei volantini pubblicitari che si accumulano a tutti noi quando manchiamo per qualche settimana.

In mezzo, alcuni dèpliant di negozi di mobili indirizzati alla signora Hawkins, la moglie dell’uomo …che aveva in effetti acquistato un letto, un materasso di seconda mano e due cuscini altrettanto usati, e una vecchia sedia di seconda mano in un negozio di arredamento della zona.

Non troppo curiosamente, la descrizione che fecero i commercianti di mobili era perfettamente coincidente con quella di “Tenderloin”, o John Bennet.

La casa e la pianta dell'appartamento in cui venne ritrovata Nora Fuller.
La casa e la pianta dell’appartamento in cui venne ritrovata Nora Fuller.



Un’ ulteriore lettera circolare, dal contenuto vago e generico, aperta e letta, indirizzata ad Hawkins, e recante un timbro postale risalente al 21 gennaio, quindi 10 giorni dopo la scomparsa della Fuller, era stata piazzata nella tasca interna della giacca della ragazza, lasciata appesa nell’ingresso.

Probabilmente un puro depistaggio, o forse un’esca per la vittima, per rassicurarla circa referenze o rispettabilità del nuovo datore di lavoro.

L’autopsia indicherà che il contenuto gastrico della povera ragazzina poteva benissimo essere quella stessa mela che aveva mangiato prima di andare all’appuntamento.

Nulla lasciava pensare che potesse essere rimasta viva per 10 giorni in quella casa, in tempo per mettersi quella lettera in tasca.

Molto più probabilmente era stata ammazzata praticamente subito dopo aver incontrato “Mr Bennet”, durante quello che lei aveva creduto essere un colloquio da baby sitter.

Il cadavere è così decomposto che l’identificazione verrà fatta proprio attraverso quella giacca, riconosciuta dalla madre Alice M. Fuller.

In seguito sarà chiamato al riconoscimento il fratello, l’ultima persona conosciuta ad udire la voce di Nora.

In realtà, più che dal viso la riconobbe dal nastro che la sorella portava al collo, e che le aveva sistemato lui stesso, prima che uscisse quel pomeriggio.

Lo stomaco della vittima presentava anche segni di congestione tipica derivante dal consumo di alcol, in quantità moderata ma evidente: probabilmente Nora era stata sollecitata a bere quel whiskey che si trovava nella bottiglia sul caminetto.

Un ritratto di profilo di Nora Fuller.
Un ritratto di profilo di Nora Fuller.

Persino dopo un mese dalla morte erano ben visibili i lividi in corrispondenza della laringe, che facevano pensare ad uno strangolamento a mani nude.

La ragazzina “era stata oltraggiata“, vale a dire stuprata.
E “orrendamente mutilata, evidentemente da un depravato“, verosimilmente in riferimento a zone sessuali -pube o seni- secondo il linguaggio giornalistico dell’epoca.

I dettagli dell’autopsia e del verbale sono andati perduti per sempre nel grande incendio del 1906.

A complicare le indagini ci fu il fatto che dopo il rinvenimento del cadavere (ma non prima, quando Nora era scomparsa) una delle sue migliori amiche, Madge Graham, di due anni più grande e conosciuta meno di un anno prima, ma entrata in grande confidenza, affermò che la ragazza vedesse di nascosto un fidanzato più grande, e che si chiamava proprio Bennett, come quel John Bennett dell’annuncio sul giornale.

L'amica di Nora Fuller.
L’amica di Nora Fuller.


Il droghiere all’angolo con casa sua testimoniò che fosse capitato spesso di vederla usare il loro telefono, anche se Nora a casa propria aveva un apparecchio.

La cosa faceva pensare a telefonate segrete con un’amante misterioso.

Si cercò addirittura di capire se la faccenda della baby sitter fosse stato un elaborato piano, per stare qualche giorno in compagnia di un fidanzato impresentabile alla famiglia, ma la teoria aveva ben poco senso.

Sia questo “Bennett” che lei avevano compiuto una serie di azioni che lasciava spazio solo a due attori: una ragazza che risponde in buona fede ad un annuncio, e un soggetto deviato che ha progettato accuratamente una tela di ragno fatta di false identità, interi edifici affittati sotto falso nome, e giusto i mobili indispensabili per potersi intrattenere indisturbato col cadavere di una fanciulla a sua completa disponibilità- molto probabilmente perchè nella sua vera casa aveva moglie e figli.

La cosa più assurda di tutte è che l’assassino doveva essere una persona in vista, benestante, che viveva nella zona da decenni, visto che era cliente fisso del Popular Restaurant da ben 15 anni!

(continua nella parte 3)

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