La Famiglia Hart.

Jennifer e Sarah Hart, entrambe trentottenni, sono una coppia lesbica con un cuore così grande da avere adottato non uno, ma ben 6 bambini sfortunati.

Si tratta di tre fratelli naturali, più altri tre fratelli nati da un’altra famiglia; i genitori sono in vita, ma i figli sono stati tolti loro per via di uso di droga e situazioni simili; i bambini quindi erano legalmente adottabili.


Nel 2007 le due donne progettavano di prendere ancora altri bambini con loro, ma poi il proposito non ha avuto seguito.
Hanno anche fatto dei tentativi di concepire dei figli biologicamente nati da loro.




Posano in numerose foto, tutti assieme, sorridenti: sembrano una famiglia perfetta.
Ed è proprio così che li definiscono i loro follower e chi segue la loro pagina Facebook: “persone perfette, con bambini perfetti”.

La famiglia Hart.
La famiglia Hart.

La loro inusuale famiglia è un esempio di collaborazione e modernità, tra homeschooling, cibi biologici, iniziative didattiche e musicoterapia.
Sui social e ai festival rivolti ai bambini suscitano invidia e ammirazione per tanta forza e iniziativa, sono un esempio per tutti.



E’ un lunedì il 26 marzo 2018, quando un turista tedesco in vacanza lungo la costa californiana chiama il numero di emergenza 911, segnalando che c’è un’auto in fondo alla scogliera.

L'auto delle Hart.
L’auto delle Hart.

Arrivano i soccorsi, e dentro il SUV trovano i cadaveri delle due Hart, e quelli di tre dei loro figli.
I tre più piccoli non si trovano, si spera possano essere da qualche parte al sicuro; ma passano le ore, e anche se sono dati ufficialmente solo per dispersi, si teme il peggio.

Dopo due settimane verrano trovati dei resti umani impigliati in un paio di jeans e in una scarpa, ributtati dal mare su una spiaggia non molto distante dalla scogliera.
Verrà estratto il DNA e si troverà riscontro in una donna i cui figli erano stati dati in adozione.
Il riconoscimento ufficiale è stato effettuato solo tre mesi fa, nel gennaio 2019.
Quasi un anno dopo “l’incidente”.
Si tratta dei poveri resti di Hannah. Leggendo il seguito impareremo a ricordarcela bene.





Devonte, il più “famoso” degli Hart (sui social: anche per lui vedremo dopo il perchè), non verrà mai ritrovato, nè in mare nè sulle spiagge; ma è palese che non si sia salvato nessuno.
Le vittime sono Markis, 19 anni; Jeremiah e Abigail, 14; Hannah, 16, Devonte e Sierra (a volte riportata come Cierra: era il suo nome prima dell’adozione), 12, oltre alle due madri adottive.


I rilievi evidenziano come nessuno dei passeggeri indossasse le cinture di sicurezza.
L’incidente sembra …non esserlo, nel senso che per raggiungere quella posizione così distante dalla parete di roccia il veicolo deve aver fatto un salto, cioè essere stato spinto a forte velocità oltre il dislivello. Intenzionalmente.
Non v’è neppure traccia di pneumatici sull’asfalto, o sbandamenti.
La morfologia della strada avrebbe dovuto far precipitare l’auto molto più avanti, in caso di distrazione o colpo di sonno. Invece -per essere dov’era- il SUV è stato sterzato diligentemente a sinistra al momento giusto (giusto per usare il costone come rampa e finire quasi nell’oceano), e pigiando sul gas.
Questa dinamica è stata confermata molte settimane dopo dal computer di bordo del SUV, una specie di scatola nera. Il pedale del freno non è mai stato toccato nell’ultimo tratto.
Jennifer era alla guida.

Cosa è successo? Perchè quelle due bellissime, coraggiose, generose, brillanti madri di famiglia hanno scelto di punto in bianco di suicidarsi e ammazzare sei adolescenti?



Si comincia a indagare.

Quattro anni prima Devonte, uno dei figli adottati, aveva sollevato qualche perplessità in seguito ad una foto diventata virale, nel 2014, durante una manifestazione pacifista: aveva abbracciato un poliziotto e non l’aveva più lasciato, tra le lacrime.
“E’ un bambino molto emotivo”, era stato spiegato.

In breve questa era diventata nient’altro che l’ennesima foto da esibire, per la Famiglia Hart.

Devonte Hart, all'epoca undicenne.
Devonte Hart, all’epoca undicenne.

Già anni prima Devonte aveva compiuto un gesto del genere, durante un concerto. Qualcuno si chiede quanto spontaneamente. In ogni caso anche se erano atti genuini, facevano molto comodo all’immagine della famiglia, e al protagonismo delle madri.




Molto meno comodo facevano altre iniziative.

Nel 2011, in un’altro stato (Minnesota), un’insegnante aveva notato dei segni sulla testa e su un braccio di una delle bambine, Hannah, che all’epoca aveva sei anni.
“Mamma mi picchia” aveva risposto la bambina. “Ci frusta con una cintura”.
La cosa era stata segnalata alle autorità come da prassi, e dopo un’indagine Sarah Hart si era dichiarata colpevole di maltrattamenti, seppure assolutamente sporadici. “La mia rabbia è momentaneamente sfuggita al controllo”, aveva dichiarato.

Anche Abigail all’età di sei anni aveva attirato l’attenzione del personale scolastico.
Non solo aveva le dimensioni di una bambina di quattro anni più piccola, ma continuava ad essere sorpresa a frugare nei cestini per trovare del cibo.

Una volta aveva detto alla maestra che aveva dei non meglio specificati dolori.
Interrogata più approfonditamente, Abigail aveva raccontato come a casa, qualche giorno prima, le era scivolato un centesimo fuori dalla tasca; sua madre aveva pensato che lo avesse rubato, allora le aveva messo la testa sotto l’acqua gelata, nella vasca da bagno, e le aveva schiacciato forte la schiena per tenerla sotto.
In effetti dietro la schiena aveva veramente dei lividi.
Le autorità competenti erano andate a casa Hart a interrogare i bambini e le due donne, ognuno separatamente.
Tutti i bambini dicevano di essere picchiati, buttati per terra, affamati.
Sarah Hart si è presa la colpa esclusiva delle punizioni, dando una versione contrastante con le dichiarazioni della compagna, che invece parlava di responsabilità condivise.
Ma alla fine, nonostante il report, non era stato preso alcun provvedimento, perchè dopotutto le due donne sembravano veramente dispiaciute, consapevoli e competenti.
Probabilmente qualcuno ha pensato che prendere provvedimenti energici (ad esempio togliere i bambini da quella casa) non avrebbe fatto altro che ributtarli all’orfanotrofio, con conseguenze sulla loro psiche di bambini già una volta strappati ad una famiglia. Forse si è scelto il male minore, o quello che si riteneva tale.

the Hart Family.
Col senno di poi, i sorrisi meno spontanei di sempre.



In seguito l’allegra famigliola avrebbe cambiato ben quattro stati (Oregon, Washington, Minnesota; le adozioni invece sono state fatte in Texas), e i bambini sarebbero stati istruiti in casa, senza frequentare scuole, insegnanti e amichetti, in una cosiddetta “homeschooling”.
Niente più report da parte delle insegnanti, insomma, se le insegnanti sono le madri stesse.

un posti di Sarah e Jennifer Hart.



(Non è chiarissimo se e quanto spesso facessero visitare da un medico i ragazzi; risultano visite oculistiche per un paio di bambini, ma per il resto si va indietro ai tentativi di inseminazione artificiale, e il dentista per una delle due donne. Sulla pagina Facebook si dichiaravano entusiaste delle medicine alternative).

il suo account Facebook è ancora in parte visibile.
Quello di Jen Hart esiste ma è privato.

Lentamente ma inesorabilmente emergono altri episodi inquietanti.
Conoscenti e amici testimoniano come i bambini apparissero “come dei soldatini”, sempre in fila e silenziosi, dovevano aspettare il loro turno per bere o fare qualunque altra cosa; non potevano parlare se prima non era stato dato loro il permesso dalle madri, previa alzata di mano; se parlavano o ridevano a tavola venivano puniti; la punizione più frequentemente usata era quella del digiuno.




A quanto pare non era “una caratteristica genetica” o “un residuo della loro prima infanzia travagliata, nelle famiglie di origine”: tutti i ragazzi erano sottopeso e indietro con lo sviluppo fisico, per via della denutrizione a cui venivano sottoposti.

the Hart Family


Anche perchè al momento dell’adozione tutti i bambini erano assolutamente normopeso e di altezza nella media.
Le famiglie difficili dalle quali provenivano avevano comunque provveduto a fornire loro le calorie necessarie, a quanto risultava dalle cartelle mediche, e dalle prime foto scattate al momento del loro arrivo a casa Hart.

The Hart Family.




Un anno prima dell'”incidente”, all’ una e mezza di notte, Hannah era saltata giù dalla finestra del secondo piano, era corsa attraverso due cortili e aveva suonato il campanello dei vicini.
Aveva aperto Bruce DeKalb, il padrone di casa.
Sconvolto nel trovare la ragazzina al buio, agitata, spettinata, avvolta in una coperta, con uno dei denti davanti mancanti (e troppo grande perchè potesse trattarsi di un dente da latte) non erano riuscito a capire subito cosa fosse successo.
La sedicenne -che ne dimostrava si e no 10…) supplicava aiuto: lo pregava di nasconderla in casa, di aiutarla, di non farla riprendere.
Prima che l’uomo riuscisse a raccapezzarsi, la ragazzina era entrata in casa, era corsa su per le scale ed era andata a chiedere aiuto anche alla signora Dana, che era rimasta a letto semi addormentata.
La ragazzina supplicava di darle qualcosa da mangiare, ma soprattutto di non permettere che fosse riportata a casa Hart. Le due donne sono razziste, ci picchiano con una cintura e ci trattano come schiavi, ripeteva.

Prima che i vicini potessero rendersi conto di quanto ci potesse essere di vero nel racconto della bambina (un brutto sogno? una fuggitiva con problemi mentali? …come poteva essere vera una sola parola di quel racconto?) erano arrivate le vicine, quelle che negli ultimi mesi avevano intravisto appena entrare e uscire dalla casa, insomma le due madri; si erano messe a urlare il nome della ragazzina nel giardino, illuminando gli angoli con torce elettriche; poi erano entrate in casa, senza chiedere il permesso, continuando a guardare dietro ogni porta e dietro ogni divano.
Poi su per le scale fino alla camera da letto, dove la signora DeKalb era ancora distesa e intontita a causa dei sonniferi che le servono per dormire.

Hannah era raggomitolata tra il letto e una cassettiera, come un’animale terrorizzato.
Invece che scusarsi con la padrona e portare via la figlia, le due donne hanno fatto uscire la signora Dana, per parlare da sole con Hannah.
Dopo qualche minuto la ragazzina, con le due donne a destra e sinistra, è uscita dalla camera per porgere le proprie scuse, sguardo a terra.

I DeKalb sconvolti dall’accaduto decidono di mettersi a letto, ma anche che la mattina dopo avrebbero chiamato l’ufficio per la protezione dei minori per raccontare l’accaduto.

Alle 6:30 di mattina però il loro campanello suona.
Decidono di ignorarlo.

Alle 7:30 risuona. Questa volta aprono.
C’è la famiglia Hart al completo, coi ragazzi bene in riga
Jennifer Hart si mette a parlare, e va avanti per un’ora.
Dice che i loro sono “bambini della droga”. Che la madre di Hannah era una bipolare.
Che il dente le manca perchè è caduta, e non lo vuole rimpiazzare. Vuole stare senza un incisivo.
Aggiunge che non vanno a scuola perchè vengono bullizzati dai compagni, soprattutto Devonte.
“Perchè?” chiedono i DeKalb.
Pronto?? …siamo due madri lesbiche con sei figli neri!!”

Poi riprende il monologo: si sono dovute trasferire da Washington perchè “il sogno dei ragazzi era zappare l’orto e allevare galline, per essere completamente autosufficienti”;
quando la signora DeKalb si rivolge al più grande, che ha 19 anni, e gli dice “sei maggiorenne, allora presto lascerai la famiglia!”, Jennifer risponde al posto suo: “non credo proprio.”

Dana DeKalb chiede se può parlare da sola con Hannah, ma ancora una volta Jennifer risponde al posto dei ragazzi: “NO: noi facciamo tutto come una famiglia”.

A quel punto Hannah allunga ai vicini una lettera scritta di suo pugno, dove si scusa, dà la colpa dell’accaduto alla propria immaturità, a una lite col fratello, alla sua tendenza a mentire, e a due gatti che sono morti di recente. Non manca proprio nulla.
La cosa per il momento finisce lì. Anche se le parole usate e la costruzione delle frasi non appaiono per nulla spontanee, tantomeno sembrano provenire da una ragazzina.


La coppia di vicini all’apparenza aveva accettato le scuse, ma il tarlo del dubbio ormai si era insinuato.
Le nuove inquiline della casa accanto vivevano a pochi metri da loro ormai da tre mesi, ma non avevano mai visto i ragazzi giocare nel giardino; veramente vedevano entrare e uscire di casa quasi sempre una delle due donne, quella che andava a lavorare. E se fosse stato vero che i ragazzi venivano maltrattati?
…d’altra parte che ne sapevano loro del passato e della psicologia di quei bambini?
Forse avevano davvero problemi comportamentali.
Dana vuole ancora chiamare le autorità, ma il marito pensa che sia meglio non farlo.
Ha litigato per anni col precedente vicino, per una banale questione di confini nel prato. Figuriamoci se ha voglia di inimicarsi già i nuovi vicini, e con un’accusa così grave per giunta.

La moglie accetta di non denunciare, ma è sospettosissima e non smette di pensarci.
Durante una visita ne parla con il proprio padre, ottantenne.
Lui sposa la sua tesi, anche secondo lui c’è qualcosa che non torna nella famiglia Hart, …ma che prove anno?
Passano ancora due mesi e alla fine l’ottuagenario prende il telefono e fa il 911: “non posso convivere con questa situazione: quei bambini sono gravemente abusati”.

La polizia va a casa della DeKalb e chiede cos’è questa storia.
Come il marito temeva, tutto quello che possono raccontare suona poco convincente.
Raccontano l’episodio notturno. Mostrano la lettera. I poliziotti non sono per nulla impressionati.
Dana balbetta che i ragazzi non escono mai di casa.
E la polizia le risponde che “stare a casa non è mica un reato”.
La faccenda finisce lì.

Hannah, 16 anni, è quella in mezzo con la bandana verde.

Solo nel giugno 2013 fu inviato un ispettore, che scrisse un resoconto di 42 pagine sulla famiglia in questione.
Ci sono indizi che potrebbero indicare abusi o negligenze, ma non c’è alcuna evidenza tangibile che questo sia avvenuto, pertanto non si può indagare ulteriormente o sanzionare i genitori.
L’unica cosa è che cinque su sei bambini appaiono notevolmente sotto peso e indietro con lo sviluppo. Le donne dicono di evitare medici e ospedali perchè confidano nelle medicine alternative.
Ad ogni modo ancora per altri 5 anni non viene fatto nulla.



Altri particolari dal loro passato.
Si sono conosciute ai tempi della scuola. Sarah è diplomata in pedagogia; Jennifer non ha mai finito gli studi; entrambe hanno lavorato più che altro in grandi magazzini come commesse: Sarah è diventata in seguito una manager nell’azienda, mentre Jennifer è rimasta commessa nel reparto bambini.
Già da ragazze Jennifer è sempre stata quella tra le due col carattere più estroverso, divertente, ma anche …spigoloso: insomma Jen è quella che si impone di più. Che prevarica, che comanda, direbbe qualcuno.
Da ragazza aveva avuto dei precedenti per furto di scarpe da ginnastica e videocassette, più altri piccoli oggetti dalla scuola.
Una volta era andata in un negozio di vestiti a protestare contro “i capezzoli sessisti dei manichini donna”, e non ottenendo un’immediata rimozione dei manichini dal negozio, era tornata con una sega elettrica e aveva cominciato a staccare i capezzoli lei stessa, tra il terrore di commessi e clienti.
E’ suo il cognome che la coppia prenderà quando si sposerà: Sarah è nata Gengler, ma si firmerà sempre Sarah Hart come la compagna.

Nel 2004, quando non avevano ancora 30 anni, le due donne avevano preso in affidamento una bambina.
Ma i loro amici ricordano come ne parlassero sempre male. “Fa schifo” raccontavano continuamente, “mangia la roba dalla spazzatura”.
Avrebbero dovuto tenerla con loro finchè non avesse raggiunto la maggiore età, quindi per anni, ma dopo circa 10 mesi, dopo averla accompagnata dallo psicoterapeuta, semplicemente non erano più tornati a riprenderla.

Il bellissimo post dove Jennifer conta gli anni, i giorni e i battiti di cuore che ha condiviso con l’amore della sua vita.

Due anni dopo aver mollato la prima ragazzina, avevano preso i tre fratellini Markis, Hannah e Abigail (all’epoca di 7, 4 e 2 anni).

Immediatamente avevano postato su Facebook quanto fosse stata dura la prima notte coi bambini. “la più piccola ha pisciato dappertutto e si è ferita il mento cadendo dalle scale, quella di 4 ha spalmato feci sui muri e si è strozzata col mangiare, abbiamo dovuto farle la manovra antisoffocamento e così ha cominciato a spruzzare vomito; il più grande si è chiuso nell’armadio e facendo voci diverse ha affermato di essere posseduto dal demonio”.
“…ma se non li adottiamo noi, chi altro lo farebbe!?” si chiedono, molto umanamente.
Sì, perchè si sono portate a casa tre bambini che davvero nessuno voleva.
Le fredde statistiche ci parlano di bambini di serie A e di serie B, sotto molti punti di vista: tre fratelli naturali (più difficilmente accettati nelle famiglie adottive, in quanto più difficili da adattare e integrare in una nuova famiglia); figli di genitori tossicodipendenti, con problemi psichiatrici e ancora in vita (possibilità di “problemi futuri”: vedi alla voce “contatti coi familiari”); di colore (gli orfanotrofi ne sono pieni, e a quanto pare la prima scelta va alle altre etnie).
C’è da chiedersi se li abbiano scelti per dar voce al loro immenso altruismo, o se piuttosto si siano prese l’unica occasione disponibile, vista la coscienza non proprio limpida.

Due anni dopo avevano adottato altri tre fratelli, chiedendo all’agenzia di adozioni “qualsiasi etnia”. Ma se la domanda è aperta a qualsiasi possibilità, automaticamente vengono assegnati bambini di colore.
Erano arrivati quindi Devonte, Jeremiah e Sierra (alla quale hanno cambiato il nome, anche se la pronuncia rimane uguale) e nonostante gli sforzi della zia naturale di adottarli legalmente per riportarli in famiglia, i bambini erano stati definitivamente affidati a Sarah e Jennifer, che ne avevano legalmente cambiati i cognomi e in un caso anche il nome di battesimo.




Il giorno prima dell’omicidio-suicidio si era presentato alla loro porta un ispettore per accertarsi che in famiglia andasse tutto bene.
Il colloquio non doveva avere avuto molto successo, perchè la mattina dopo all’alba i vicini DeKalbs avevano visto la Famiglia Hart al completo allontanarsi in fretta e in furia sulla loro auto.

Una commissione di medici legali ha dovuto determinare se si fosse trattato di duplice suicidio-omicidio insomma se entrambe le donne fossero d’accordo nel voler morire e uccidere i ragazzi (per non essere sanzionate o indagate per maltrattamenti).

Sarah aveva nel corpo 42 dosi di Benadryl (Difenidramina), presente anche nei corpi dei ragazzi, ma in dose molto minori, usato come calmante.
A quanto si è scoperto, le due donne somministravano abitualmente Benadryl al ragazzi durante i viaggi, “così hanno più voglia di dormire”.
Nelle ricerche internet dello smartphone di Sarah c’erano ricerche come “”500 mg di Benadryl possono uccidere una donna adulta?”; “la morte per annegamento è relativamente indolore?”; “quanto tempo ci vuole per morire di ipotermia durante l’annegamento in un’ auto?” e -tenetevi forte- “canili che non sopprimono i cani”.
Cioè si sono preoccupate di affidare i loro cani ad un centro dove non venissero uccisi, però hanno lasciato orribilmente annegare 6 ragazzi che hanno avuto l’unica sfortuna di finire torturati nelle loro mani per 10 anni, che poi sarebbe la maggior parte della loro vita.
Comunque dei cani non v’è traccia. Non sono a casa e non sono in nessun canile. Di solito li portavano con loro durante i viaggi.

Sarah Hart si è preoccupata di cancellare la cronologia del telefono, ma i periti sono riusciti a estrapolare comunque le ricerche.
Sono cominciate a mezzanotte e mezza, alle 3 del mattino ha mandato un messaggio ai colleghi per avvertirli che non si sentiva bene e che quel giorno non sarebbe andata al lavoro.

Jennifer, che di solito non beveva, aveva un tasso di alcol nel sangue pari a cinque unità.

Il verdetto dei periti è che entrambe volevano morire, ed entrambe volevano uccidere i bambini (la notizia ufficiale è di poche ore fa.)

informazione: il prossimo articolo del blog verrà pubblicato quando questo post raggiungerà i 20 like o le 20 condivisioni. A presto!

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