Lo strano suicidio di Ellen Greenberg.

E’ il 26 gennaio 2011. La maestra elementare ventisettenne Ellen Greenberg ha mandato a casa i suoi studenti prima del solito, perchè una brutta tormenta sta flagellando il nord est degli Stati Uniti.
E questa sarà l’ultima volta che la vedranno viva.

Ellen Rae Greenberg.

Questa è una possibile ricostruzione di cosa è accaduto dopo che ha lasciato la scuola:
sulla via di casa si è fermata a fare benzina; ha guidato fino al palazzo nel quale vive col fidanzato, il 28enne produttore televisivo Sam Goldberg (che ha partecipato anche alla produzione di questo).
I due, che stanno assieme da tre anni e sono promessi sposi, vivono al sesto piano del complesso.

Ellen Rae Greenberg e Samuel Ross Goldberg.
Ellen Rae Greenberg e Samuel Ross Goldberg nella cucina, sullo sfondo il ceppo dei coltelli.


Nulla di particolare sarebbe accaduto nelle ore successive, finchè alle cinque meno un quarto Sam sarebbe uscito per andare in palestra, tornando a casa appena mezz’ora dopo.
(Se si aggiunge il tragitto casa-palestra/ palestra casa, l’allenamento è durato pochissimi minuti: a me ricorda la corsetta di Ruotolo).

A quel punto l’uomo avrebbe trovato la porta dell’appartamento chiusa dall’interno (credo non chiusa a chiave, ma solo attraverso un bloccaporta meccanico, a catenella o rigido).
Ha ripetutamente tentato di aprire, suonare il campanello, bussare, telefonare per farsi aprire da Ellen, senza successo.
Sui cellulari della coppia rimane traccia dei messaggi che le ha mandato dal pianerottolo:

“Hey”

“apri la porta”

“cosa stai facendo”

“mi sto incazzando”

“hey”

“spero che tu abbia una giustificazione”

“ma che cazzo”

“ahhh”

“non hai idea”

Questo per una ventina di minuti. Poi è andato a cercare il custode del palazzo per fargli aprire la porta, cosa che il 67enne si è rifiutato di fare, perchè non ne ha l’autorizzazione.
Sam allora riesce ad aprire la porta da solo.
(forse così?)



Proprio di fronte all’ingresso, dove si trova la cucina, vede la fidanzata seduta sul pavimento, appoggiata con la schiena al bancone/tavolo, apparentemente priva di sensi.
Chiama il numero di soccorso 911, e segue le loro istruzioni per effettuare la rianimazione, finchè “non nota un’arma da taglio che esce dal suo petto”.

Ellen infatti ha uno dei coltelli della cucina piantato nel corpo, quasi fino al manico.

L'arma del delitto che ha ucciso Ellen Greenberg..
L’arma del delitto.

Vicino a lei c’è il contenuto di una mezza ciotola di frutta appena pulita e tagliata, probabilmente col medesimo coltello che ora le esce dal petto.

Le gambe sono divaricate. Nella mano sinistra tiene un canovaccio da cucina bianco, praticamente pulito.

Non ci sono segni di intrusione, nessun accesso rilevato dalle telecamere del palazzo, nessuno visto dal portiere; i vicini non hanno sentito urla o rumori strani, la neve caduta sul balcone il giorno prima è intonsa;
in casa niente cose fuori posto, niente schizzi di sangue o tracce su porte, maniglie, interruttori o lavandini; niente DNA estranei; sul suo corpo nessun segno di percosse, lotta, o tagli da difesa sulle sue braccia o mani.
Sul manico del coltello ci sono le impronte della vittima e di nessun altro, e solo le sue tracce genetiche.

La morte di Ellen Greenberg viene classificata come suicidio.

Anche se… sul suo corpo non c’è solo una coltellata.
Ci sono una ventina di ferite da taglio, anche profonde. Una decina nel collo. L’altra metà nella schiena.

Tralasciando il fatto che ad Ellen non fosse stata diagnosticato alcun segno di depressione, problemi psichiatrici, economici o personali; e che anzi la sua carriera stesse facendo vistosi progressi, i suoi studenti l’amavano, i colleghi la stimavano, era in vista delle nozze e non sembrava avere alcuna preoccupazione al mondo; il fatto che non avesse lasciato alcun biglietto di addio; che sul suo pc non esistessero ricerche riconducibili a depressione, suicidio o cose deprimenti; che uccidersi dopo aver fatto il pieno all’auto e a metà di una macedonia non è proprio frequentissimo: com’è possibile uccidersi pugnalandosi venti volte, schiena compresa?

Il referto dell’esame autoptico contrasta con la conclusione preliminare dei detective e scrive “probabile omicidio”. (L’ipotesi suicidiaria non viene comunque completamente esclusa).

Il fidanzato San Goldberg d’altra parte non è fuggito, non ha mostrato segni di nervosismo o comportamenti sospetti, è rimasto sulla scena, ha collaborato con le indagini, si è prestato completamente agli agenti, è stato ascoltato e rilasciato senza alcuna ombra.

Scavando nella sfera personale emergono delle visite presso un terapeuta per superare alcune “insicurezze legate all’autostima, nervosismo derivante dal carico di lavoro nella scuola”. Tutto nella norma però, non compatibile con una grave depressione.

La madre dice che a volte le sembrava pensierosa, e che era a conoscenza che avesse frequentato uno psichiatra, ottenendo delle prescrizioni di farmaci, ma in nessun momento era sembrata anche solo nominare l’ipotesi del suicidio.
Anche nelle giornate più stressanti manteneva una progettualità e un’allegria generale.
Insicurezze, stress, nervosismi: po’ poco per determinarsi a massacrare il proprio corpo in quel modo e in quelle circostanze; ma non c’è nulla da fare: le indagini hanno continuato ad oscillare tra suicidio e omicidio per anni, a fasi alterne.

E ancora: la famiglia di Ellen ricorda che poco prima della sua morte, la ragazza aveva espresso il desiderio di tornare a vivere con la famiglia.
I genitori erano rimasti assolutamente stupefatti da questa richiesta, soprattutto perchè la figlia stava iniziando a progettare nel concreto i particolari del matrimonio.

C’era forse qualche problema con Sam?
Ellen, anche poco prima di morire, giurava di no. La decisione di tornare coi suoi non aveva nulla a che fare con la sua vita di coppia, aveva detto. E i genitori stessi non potevano che parlar bene di Sam Goldberg.
Anche lo psichiatra ha testimoniato come mai fosse emerso alcunchè di preoccupante in riferimento al fidanzato: mai riportati abusi fisici o verbali da parte sua, durante la terapia.

Joshua & Sandra Greenberg hold a scrapbook of their daughter in their Harrisburg home. In 2011, Philadelphia elementary school teacher Ellen Rae Greenberg was found dead of stab wounds in her apartment. The Philadelphia Medical Examiner’s Office initially ruled her death a homicide, then changed their ruling to suicide one month later, Friday July 13, 2017. DAVID SWANSON / Staff Photographer .

Si approfondisce ulteriormente: durante l’autopsia sono risultate tracce di zolpidem e di clonazepam, che sono un sedativo (per dormire la notte) e un ansiolitico, due medicinali che le erano stati prescritti appena poche settimane prima.
Molto inquietantemente, entrambi sono stati associati all’insorgere di idee suicide in alcuni pazienti.

Uno studio ha tracciato un nesso tra l’assunzione di benzodiazepine e il suicidio, tra i quali proprio il caso di un 62enne, “precedentemente stabile” (che non aveva mai mostrato desiderio di uccidersi), che dopo l’inizio della cura si è auto-inflitto gravi ferite da taglio, non una ma due volte nel giro di un mese.
Simili episodi sono molto rari, ma emersi in diversi studi, anche in Canada e in Svezia.

Alla luce di tutto ciò, la morte di Ellen è stata infine definita un suicidio.

I genitori non accettano la cosa, e da otto anni si battono perchè la verità sia scritta sulla tragica fine della loro figlia.
Dicono che Ellen era troppo fifona anche solo per farsi il secondo buco nelle orecchie: non avrebbe mai potuto pugnalarsi 10 volte nella schiena e 10 nel collo al punto di ammazzarsi.

Sono così agguerriti che hanno convocato Cyril Wecht, il patologo forense che si occupò dell’omicidio di J.F.Kennedy, e Henry Lee, lo scienziato forense che partecipò al processo a O.J.Simpson.
Nelle loro dettagliate -e disgiunte- relazioni affermano entrambi che la situazione è più probabilmente assimilabile ad un omicidio.
Perchè le pugnalate alla schiena sono difficilmente riconducibili ad una volontà suicidiaria, e molto più all’aggressione di un’altra persona; e anche il numero e il tipo di ferite, e la disposizione e la forma delle macchie di sangue sono più compatibili con la scena di un omicidio.

Anche l’ex agente di polizia ed ex detective Tom Brennan, membro della Vidocq Society, oggi 75enne, ha preso a cuore la vicenda, e ha fornito una sua possibile ricostruzione.

La scena del delitto potrebbe non mostrare oggetti fuori posto ed evidenze di lotta o litigi se Ellen fosse stata sorpresa alle spalle, senza alcun preavviso.
(Dinamica che a noi potrebbe ricordare l’omicidio di Melania Rea, o Gianna del Gaudio).

Inoltre la famiglia ha coinvolto l’anatomopatologo forense Wayne Ross, che ha esaminato un frammento di midollo spinale della donna: una delle coltellate l’ha reciso, verosimilmente rendendola incapace di muovere il corpo dalla testa in giù, impedendo qualunque difesa (e infatti sulle braccia e sulle mani non c’è alcuna ferita tipica di chi cerca di fermare il coltello e l’aggressore).

Recidendo i nervi a quel modo c’è anche la possibilità che sia svenuta immediatamente.

Anche Gregory McDonald, decano della scuola di scienze mediche e osteopatia ha analizzato il caso, rilevando che nelle coltellate inflitte alla vittima mancano del tutto le tipiche ferite “di prova” che chi si suicida per auto-accoltellamento mette in atto prima di sferrare le coltellate mortali (sono ferite meno profonde per sentire cosa si prova, poi gradualmente si prende coraggio e si va più a fondo).
Queste ferite appunto mancano completamente, come per chi viene accoltellato da un’altra persona (la quale non fa certo “le prove”, ma intende ucciderti nel più breve tempo possibile).
Va detto che si parla di percentuali statistiche e non è detto che al 100% obbligatoriamente chi si auto accoltella faccia per forza le prove superficiali, e chi uccide un’altra persona affondi immediatamente la lama.

A supportare ulteriormente l’ipotesi omicidiaria c’è anche un taglio sulla fronte (“rappresentativo di un attacco con arma da taglio”), che ancora una volta risulta più probabile possa essere provocato da una seconda persona invece che da un suicida che fa tutto da solo.

Inoltre come sappiamo, McDonald osserva come sia fisicamente difficile, e assolutamente infrequente, riuscire -e decidere- di accoltellarsi profondamente alla schiena, ad esempio recidendosi il midollo spinale.
(E aggiungo io, se la recisione del midollo impedisce i successivi movimenti, Ellen se lo sarebbe auto accoltellato per ultimo, come ventesima ferita..?)

Altre due cose statisticamente infrequenti nei suicidi per auto accoltellamento:
il numero delle ferite (la profondità e la posizione li abbiamo già menzionati), ma anche il fatto che i colpi siano stati sferrati sui vestiti: solitamente chi sceglie di accoltellare se stesso espone la parte (scosta gli indumenti o li toglie).

McDonalds ha lavorato su migliaia di casi di suicidio, ma per sua stessa ammissione questo è il più strano caso che abbia mai preso in esame.

Dopo anni, l’insistenza dei genitori e il calibro dei loro consulenti sono riusciti dopo quasi 10 anni a far sì che il caso fosse riaperto.

Ma nel giro di breve tempo è stato nuovamente chiuso come suicidio.
Nel report sta scritto che nella cronologia del pc di Ellen c’erano ricerche come “metodi di suicidio”, “morte rapida” e “morte indolore”.
Ma allora perchè nel dossier dell’epoca c’era scritto che “nessuna ricerca in merito al suicidio è stata rintracciata sul computer della vittima”?
(tralasciando il fatto che francamente accoltellarsi 20 volte davanti e dietro non sia particolarmente rapido, nè indolore).

Questa nuova perizia ha solo esacerbato l’indignazione dei genitori di Ellen Greenberg, che hanno organizzato una petizione e aperto una pagina Facebook , e hanno giurato che non smetteranno mai di cercare la verità.


Un altro caso dibattuto di omicidio o suicidio:

https://serialkilleredelitti.com/2019/03/03/brigitte-muller-la-moglie-del-medico-legale/

informazione: il prossimo articolo del blog verrà pubblicato quando questo post raggiungerà i 20 like o 20 condivisioni. A presto!

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