Immigrato attacca passanti con una sega elettrica.

M.P. ha lasciato il suo paese nel 2002, a 33 anni, afflitto dalla difficoltà di trovare lavoro e dal costo della vita ormai divenuto insostenibile.
Attratto dai racconti ricchi di promesse di chi era già emigrato prima di lui, decide di voltar pagina.

Ma una volta arrivato nella capitale del suo “nuovo paese”, la realtà è come uno schiaffo in pieno viso.

Ospitato da un conoscente -in una vera topaia: un cortile interno, buio, umido e malmesso (e buona grazia che avesse trovato almeno questa sistemazione), l’unico lavoro che trova è quello di consegnare le pizze, con una paga da miseria.

disegno di Edward Hopper.


Dopo due settimane dal suo arrivo per sua fortuna conosce la connazionale R., e si trasferisce immediatamente da lei, migliorando notevolmente le proprie condizioni abitative.

Non solo: dopo altre due settimane si licenzia dalla pizzeria, e si mette in proprio.
Rimedia una vecchia auto e passa le giornate (e le serate) a fare avanti e indietro tra fornitori e clienti.
Il lavoro è tanto, e lui è sempre indaffarato: M. diventa uno spacciatore di sostanze stupefacenti.

La sua compagna e coinquilina è tra le sue migliori clienti, consumando con entusiasmo diversi tipi di droga.

Invece che mantenere un basso profilo, M. la sera va nei bar e beve troppo, facendosi cacciare continuamente dai locali.

Nel giro di breve tempo viene bandito da alcuni bar, a causa del suo comportamento molesto verso i dipendenti e verso gli altri clienti;
spesso viene chiamata la polizia perchè non si vuole allontanare, e perchè continua ad urlare e a disturbare tutto il vicinato.

Frustrato e umiliato, M.P. aumenta il consumo di hashish -sempre disponibile, visto che lui stesso la vende.

Sera Blu, Edward Hopper.



Passano tre anni così, finchè nel 2005 è costretto a farsi ricoverare in una clinica, per via di un grave collasso.

Nonostante la struttura sanitaria sia lontana diversi chilometri dall’appartamento della sua compagna, lui è convinto di poterle parlare semplicemente urlando dalla finestra, …nudo, tra l’altro.

Chi passa vicino alla clinica -o peggio ancora chi ci vive accanto- vede un uomo svestito che urla nella sua lingua natale, spesso arrabbiato.


M. anche grazie ai tranquillanti supera la crisi, e passata la fase acuta viene dimesso dalla struttura.

Fino al 27 giugno 2005.
M. è alla guida della sua auto scassata, quando perde il controllo del veicolo e si schianta frontalmente contro un’altra auto: ha imboccato un senso unico contromano.

La strada è completamente bloccata dai due mezzi incidentati;
M. abbandona il veicolo e fugge a piedi, infilandosi in una zona di giardini e villette poco distante, zona che conosce bene perchè ci vive la madre della sua compagna.

Comincia la follia.

Lì deruba una pensionata, strappandole di mano la borsa, e impossessandosi del suo portafoglio.

Prosegue di poche decine di metri la fuga, e nel capanno degli attrezzi della suocera prende una sega a benzina, che dopo tre tentativi riesce a mettere in funzione.

A questo punto M. si para davanti a due donne (35 e 30 anni, sorelle) che stanno tornando a casa coi loro tre figli piccoli.
Si avventa su una delle due cercando di segarle via la testa.

Come nel peggiore dei film horror, tra le urla della sorella e dei bambini, la donna cerca di difendersi, ma a mani nude contro una sega elettrica può pochissimo.

Si salva solo perchè i denti dello strumento si incastrano nei bottoni della sua camicia, facendo saltare il nastro dentato.


La donna è viva, ma orrendamente squarciata nel collo, nella gola, nella mandibola, nella spalla sinistra e nel braccio.

M. getta la sega elettrica ormai inutilizzabile, corre di nuovo nel capanno degli attrezzi e torna fuori con un’accetta.

Ma non finisce la donna a terra: rivolge l’arma verso il proprio arto sinistro, colpendo ripetutamente il proprio polso con l’accetta, fino a staccarsi completamente la mano.

Poi ricomincia la propria corsa, entrando nella proprietà di un pensionato che era stato per fortuna svegliato in tempo dalle urla dal suo pisolino pomeridiano: confuso e disorientato, vede entrare l’uomo con l’accetta in una mano -e un fiume di sangue che esce dall’altro braccio- che termina ormai con un moncherino.

Il 74enne riesce ad afferrare un grosso rastrello e affronta il folle, facendogli volare via l’accetta dalla mano rimanente.

M. fugge nuovamente, pur lasciando una scia di sangue consistente.
Corre tra le auto e tra i passanti, terrorizzati dalla scena orrenda.

Vede un ristorante che conosce, perchè fa cucina del suo paese: ci entra dentro, completamente sporco di sangue, senza una mano, tra i camerieri ammutoliti, e si prende una bottiglia d’acqua dal frigo: ha sete.

Esce di nuovo, ed entra in una panetteria.

Ma a questo punto la quantità di testimoni che hanno chiamato ambulanze e polizia è così numeroso che finalmente M. viene fermato (e salvato da un laccio emostatico) prima che potesse fare ulteriori danni.

studio di Edward Hopper.

Sei mesi dopo al processo dichiarerà: “Non so perchè l’ho fatto. Posso solo dire che vivevo in un’altra realtà.”

M.P è stato valutato come affetto da un disturbo paranoide schizofrenico acuto, aggravato dal consumo di droghe, e giudicato incapace di intendere e di volere.
Non è stato incarcerato, ma dovrà essere ricoverato in un istituto psichiatrico a tempo indeterminato.
Non si sa se potrà mai raggiungere uno stato di salute mentale.

Le persone che sono state attaccate, delle quali tre erano bambini, soffrono di danni psicologici permanenti; in particolare la madre che ha rischiato di essere fatta a pezzi dalla sega a nastro, la quale riporta danni fisici permanenti che la segneranno per sempre.


A questo punto posso svelarvi un paio di particolari che ho colpevolmente omesso, ma tanto in Italia l’atroce vicenda non risulta essere mai stata riportata, almeno per quel che mi è stato possibile vedere.

Le due donne attaccate (delle quali una viene indicata come incinta, in qualche articolo, ma non ne trovo conferma) sono Kerstin R. e Anja S.;
il pensionato è Helmut R;
la compagna del folle aspirante omicida si chiama Rita, non è mai stato diffuso il suo cognome.
M.P. sta per Massimiliano Petrelli, originario di Perugia, a volte riportato come “Massimo”.
L’orribile vicenda si è svolta a Berlino, nel tranquillo quartiere di Wilmersdorf.

Chi conosce il tedesco può trovare questo e molti altri fatti di cronaca nel libro “Berliner Kriminalgeschichte” di Wolfgang Schüler, L&H Verlag.



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