Il rapimento di Jayme Closs.

Wisconsin, metà ottobre 2018, lunedì notte, poco prima dell’una.

Il numero di emergenza 911 riceve una chiamata da un cellulare, ma si sentono solo “un sacco di urla”.
Poi la linea cade.
Sembra l’inizio di un film dell’orrore.

Numerosi i tentativi di ricontattare il chiamante da parte del 911, ma non risponde nessuno.
Rintracciano l’indirizzo più in fretta che possono, e arrivano alla villetta di una famiglia: 56, 46 anni i genitori, impiegati in una catena di rosticcerie; 13 la figlia.

La casa dei Closs.
La casa dei Closs.


Il cellulare usato per a chiamata era quello della madre, che probabilmente ha tentato di rifugiarsi nel bagno, dove è stata uccisa.



La polizia giunta sul posto trova a porta d’ingresso sfondata verso l’interno.

Dentro casa i corpi dei due adulti, uccisi da colpi di arma da fuoco.

La figlia invece è introvabile.



Dopo alcune ore di ricerche in casa, in cantina (dove viene ritrovato il cane di famiglia, nascosto e tremante dietro la lavatrice e l’asciugatrice), in soffitta, in giardino, dai vicini, non rimane che accettare una verità -che suscita al tempo stesso speranza (Jayme potrebbe essere ancora viva, ma dove? e per quanto?)- e orrore.

La ragazzina è stata rapita; dalla persona che ha freddato i suoi senza un momento di esitazione.

La tredicenne viene dichiarata ufficialmente scomparsa, e in pericolo.



L’ipotesi è che lei fosse il motivo del duplice omicidio, e che qualcuno abbia atteso la notte per rapirla; il mezzo per farlo era appunto sterminare rapidamente la famiglia.

La richiesta di riscatto è esclusa, visto che si tratta di una famiglia normale, in un quartiere normale.

I parenti restanti non dispongono di chissà quali cifre.

E poi da quando in qua si stermina chi dovrebbe pagare il riscatto?

Anche il regolamento di conti non trova sostegno in nessun aspetto.
Non si uccide una coppia di tranquilli coniugi di mezza età per sgarro o vendetta, portandosi via uno scomodo testimone che è ricercato in tutti gli Stati Uniti.

Il ritratto di Jayme è appeso ovunque.



Per mesi ho seguito le notizie sui media, ma non c’erano novità.

Interrogate centinaia di persone, vicini, parenti, colleghi, compagni di scuola, insegnanti: ma non uno straccio di indizio.

Sono state esaminate ore e ore di filmati dei benzinai della zona, sperando di cogliere un qualche indizio, controllando tutti i veicoli partendo dalle targhe. Niente.
Addirittura sono stati mandati agenti in incognito ad ascoltare le conversazioni nei bar.
SPerando che qualcuno sapesse qualcosa, e se lo fosse lasciato scappare dopo una birra di troppo.
Tentativi disperati.

In tv cominciano ad apparire gli appelli della polizia a segnalare “qualsiasi persona che vi sembri improvvisamente nervosa, che abbia cambiato improvvisamente aspetto, abitudini, orari, che si sia assentato stranamente dal lavoro o dagli studi”.

Questi sono appelli che si fanno quando non si ha la più pallida idea di chi possa essere stato.

Lo sceriffo di una contea locale, gettato alle ortiche ogni buon senso, si è rivolto ad un astrologo.
Uno che tempo prima aveva aiutato in altri casi misteriosi.
L’uomo interpellato ha rivelato che la ragazzina era stata rapita da un maniaco sessuale, e ora giaceva morta sul fondo di un lago.
Interrogati stupratori seriali locali in merito, nulla di rilevante è uscito fuori, tantomeno cadaveri dai laghi.



Va scritto per dovere di cronaca, perchè la realtà a volte va oltre ogni immaginazione, (vedi Doretta Graneris e tanti altri) che qualcuno ha sospettato che ad uccidere la tranquilla coppia fosse stata proprio la figlia.

L’ipotesi è aleggiata sui forum per settimane, anche se non c’era alcun reale elemento a supporto.

D’altra parte nessuna traccia dell’omicida è stata ritrovata sulla scena del crimine.
Come si scoprirà in seguito, il soggetto in questione si era accuratamente rasato peli, barba e capelli per non lasciare tracce.
Così come la propria auto: aveva rimosso ogni “segno particolare” che potesse essere notato.
Ma questo si scoprirà solo in un secondo tempo.

Succede qualcosa.

La notte prima di halloween, due settimane dopo il duplice omicidio e il rapimento, le telecamere di sorveglianza che la polizia locale ha saggiamente installato nella casa ormai deserta rilevano dei movimenti.

Scatta un silenzioso allarme, non percepibile dall’intruso.

Un uomo con un piumino imbottito e un cappello (sul quale è raffigurato un teschio) si aggira in silenzio nell’abitazione posta sotto sequestro.
Apre i cassetti, fruga, si mette degli oggetti nello zaino.

La polizia arriva in un attimo, e lo blocca con le mani letteralmente nel sacco.

Armi puntate, gli intimano di uscire con le mani in alto.
Sono sicuri di avere il killer in pugno, forse è tornato per prendere qualcosa che potrebbe ricondurre gli investigatori a lui; vuole disfarsi di qualche traccia.

Portato in centrale e identificato, si tratta del trentaduenne Kyle Jaenke, proveniente da una cittadina poco distante.

Nella casa del massacro, si è appropriato di un top rosa, delle mutandine e un vestito …presi dai cassetti della ragazzina scomparsa.

“Per uso personale”, dice.

Nonostante il livello assurdo di morbosità, l’uomo viene scagionato da qualsiasi responsabilità nella sparatoria e nel rapimento.
E’ solo un avvoltoio dalla mente perversa.

Kyle Jaenke guardando i notiziari ha avuto una pessima idea.
Kyle Jaenke guardando i notiziari ha avuto una pessima idea.



Passano altri tre mesi senza ulteriori sviluppi.

Fino al 10 gennaio: senza alcun preavviso alla mattina viene indetta una conferenza stampa:
Jayme Closs è viva. Ed è al sicuro.

Si è salvata da sola, quando tutto il paese -FBI compresa- la cercava, ma nessuno riusciva a trovarla.

Perchè la ragazzina dopo 88 giorni da incubo è riuscita a scappare dal suo rapitore, e non solo: lo ha fatto anche arrestare.

La drammatica notte in cui è stata svegliata nel panico, coi colpi di pistola che massacravano le uniche persone in grado di proteggerla, sentendo le urla di sua madre, pur cercando di nascondersi o fuggire non era riuscita a salvarsi da quel ragazzo grassoccio che minacciandola con una pistola l’aveva portata fuori e chiusa nel bagagliaio.

Terrorizzata, aveva sentito il motore accendersi, e l’auto della polizia a sirene spiegate letteralmente passarle a due metri di distanza, senza che nessuno potesse immaginare che lei fosse proprio lì dentro.

Infatti la polizia all’inizio pensava si trattasse di una (purtroppo comune) lite familiare, o al massimo di un suicidio: non certo di una sparatoria con rapimento.

Pertanto la strada non è stata in alcun modo bloccata o sorvegliata.

L’auto del rapitore si era quindi allontanata in tutta tranquillità, letteralmente sotto il naso della polizia.

Dopo un’ora di viaggio Jayme e il suo aguzzino erano arrivati ad una villetta (di proprietà del padre del rapitore), dove non viveva nessuno a parte lui …e la sua prigioniera, da quel momento in poi.

Nessuno al mondo avrebbe mai potuto pensare di cercarla lì.

Di lunedì notte probabilmente il viaggio è ancora più breve.

La villetta (più a metà tra una baracca e una casa vacanza, a dire il vero) è in mezzo agli alberi, senza vicini a portata di voce.

Ci sono due piani con poche stanze; inoltre esiste un ambiente a parte, che è un po’ garage, un po’ capanno degli attrezzi, usato per tenerci i mobili vecchi e le scorte di cibo.

E poi c’è uno scantinato.

Una volta arrivati, Jayme -ancora in pigiama- è stata portata lì sotto, dove ha dovuto sopravvivere per mesi con l’unica compagnia del suo rapitore, che in un corto circuito di oggettificazione sessuale e umiliazione la costringe a truccarsi e le regala pupazzi -ma al tempo stesso le ricorda come ha ammazzato il suo papà e la sua mamma.

Quella notte ha suonato alla porta, e quando il padre di Jayme si è avvicinato alla porta per capire chi fosse a quell’ora, Patterson gli ha sparato attraverso il pannello di vetro.

La madre e la ragazzina hanno tentato di rifugiarsi al piano di sopra e chiedere aiuto tramite cellulare, ma la donna è stata ammazzata in bagno, sotto gli occhi della figlia.

Ogni giorno, durante la sua prigionia, Patterson le ripete che se non fa quello che le ordina, le farà fare la stessa fine.

Vuole umiliarla, distruggerla fisicamente e psicologicamente, ed è sicuro di averla vinta facile, visto che la vittima è poco più di una bambina.

Se qualcuno arrivava in casa, o quando il rapitore doveva allontanarsi, la obbligava a nascondersi sotto il letto, impedendole di uscire “murandola” con secchi pieni di oggetti pesanti.

Le urlava fino a farla piangere, e almeno una volta l’ha colpita in testa con un attrezzo per pulire le persiane.
Trattata come un animale.

Addirittura ha invitato dei parenti a casa per Natale!
Sicuro che la ragazzina terrorizzata sotto il letto non avrebbe fiatato.

Jayme era così traumatizzata che per una settimana non è riuscita a mangiare, e neanche a bere.
Stava quasi per lasciarsi morire, sette giorni sono un tempo davvero limite, si può morire già dopo 4.
Patterson ha raccontato di essere riuscito a comandarla a forza di scoppi d’ira, urla e minacce.

Ha anche cercato di farla bere e fumare marijuana, ma a questo si è sempre opposta.

Non che lui sia molto di più, dopotutto.
L’individuo si chiama Jake Thomas Patterson, e ha 21 anni.

A scuola era considerato un ragazzo anonimo, tranquillo, un po’ sfigato.

La sua unica caratteristica era far parte della “squadra dei quiz” della scuola, qualunque cosa sia.

Jake Thomas Patterson




Lui e la famiglia Closs non si conoscevano: ha visto la ragazzina praticamente per caso sullo scuolabus, mentre cercava di metter rimedio alla sua incompetenza sociale, “al fatto di non avere una ragazza”.
L’ha seguita e ha scoperto dove abitava.

Alla domanda degli investigatori “come hai conosciuto Jayme?” lui ha risposto: “Non l’ho mai conosciuta. L’ho solo vista, cazzo.

Alla domanda “come ti è venuto in mente di rapire una ragazzina?”
“Dopo aver tentato di arruolarmi nei Marines, senza successo”.
Non riusciva neanche a tenersi un lavoro per più di qualche giorno.
Ha fatto il giro delle fattorie nei dintorni e nelle fabbriche, ma non resisteva o veniva cacciato.
“Dovevo trovarmi una ragazzina più piccola di me, meglio non cercare una della mia età”.

Dopo mesi di premeditazione non ha trovato di meglio che fare irruzione nella casa della ragazzina (scelta giovane, sperando di incuterle più terrore e di poterla controllare meglio, essendo ben cosciente della propria inadeguatezza), e imprigionarla nella casa del proprio padre, dove vive a scrocco da quando è disoccupato.

Ma non è riuscito ad avere la meglio neanche su una ragazzina, poco più che bambina.

Nonostante la neve, e il fatto che la tenesse quasi nuda e senza scarpe, in un momento di assenza del suo torturatore Jayme è riuscita a trovare un paio di scarpe di lui, a rompere la finestra e correre fuori, con l’adrenalina a mille nel terrore di essere sorpresa proprio dal suo aguzzino -e verosimilmente ammazzata, o torturata ancora peggio di prima.

Mezza nuda, in mezzo alla neve, visibilmente confusa.
Si era infilata le scarpe New Balance del suo aguzzino, e alcuni dei vestiti di lui presi dal cesto della roba sporca.
I suoi capelli erano così sporchi e annodati che sembravano dreadlocks.

Una donna che portava fuori il proprio cane la vede, e non può fare a meno di chiedersi chi abbia avuto i coraggio di scaricarla da qualche auto.
Pensa ad un padre abusivo.
In un lasso di tempo di pochi secondi, ma eterni per chi li ha vissuti, la donna la guarda, si avvicina; e anche la ragazzina sconvolta le si avvicina.

E’ Jayme a parlare per prima.
Non so dove mi trovo, e ho bisogno d’aiuto” riesce a dire.

La donna esita.

“Sono Jayme Closs”.

A quel punto la donna capisce.
Abbraccia la ragazzina, la rassicura, e assieme corrono dalla vicina di casa: “è Jayme Closs, chiama il 911!

La donna col cane e i vicini che per primi hanno soccorso Jayme Closs.
La donna col cane e i vicini che per primi hanno soccorso Jayme Closs.



Di nuovo il numero di emergenza, come all’inizio di questa storia terribile.
Stavolta per chiudere l’atroce e insensata vicenda.

Mentre aspettano i soccorsi e la polizia, le due donne raccontano a Jayme quanto tutti l’abbiano cercata.
Gli appelli, le manifestazioni.
Era stato anche istituito un giorno in cui tutti si vestivano di verde, il colore della speranza: i “Wear Green for Jayme” days.”

La polizia arriva e trova la ragazzina inaspettatamente tranquilla.
Gioca col cane della signora, e alle domande dello sceriffo accenna un debole sorriso, è collaborativa.

Grazie alla descrizione che Jayme fa dell’auto e dell’uomo che l’aveva rapita, la polizia lo arresta appena 10 minuti dopo, a bordo del suo veicolo, ignaro che la sua preda gli fosse sfuggita per sempre.

Jayme oggi vive con lo zio, la zia e i cugini.
La casa del massacro è stata demolita in Agosto.

Jayme è stata più forte di quello che chiunque avrebbe potuto mai immaginare.

Sta facendo del suo meglio per superare il trauma, e continuare con la scuola. Nonostante tutto.


La normalità passa anche attraverso un selfie a casa degli zii.


Il pluriomicida, rapitore e abusatore di minorenni Jake Patterson è comparso davanti alla corte il 2 aprile, un mese fa.

Si è dichiarato colpevole, e mentre veniva portato via dall’aula si è voltato, e ha detto “bye, Jayme.

Rivolgendosi a lei -anche se la ragazzina non era presente- ha voluto rivendicare un rapporto personale, una proprietà nei suoi confronti.
Un’intimidazione, a quanto dice lo psicologo forense che ha seguito il caso.
Patterson è fiero di quello che ha fatto, e si atteggia a grande gangster.

Voglio pensare però che allo stesso tempo, in un angolo della sua mente, si stia cominciando a rendere conto che quelle settimane di abusi che le ha strappato, rappresentano l’apice …e l’inizio della fine, nella propria vita.

Che stia salutando -nella persona di Jayme- anche la fine della sua vita precedente.
Non ha scelto di finire solo quella della famiglia Closs.

Quello è stato massimo dell’interazione che sarà mai stato in grado di instaurare con una rappresentante del genere femminile.

Visto che passerà il resto della sua vita in stretta, intima compagnia di altri stupratori, ben più vecchi e violenti di lui.

Bye bye, Jake Patterson.

Jayme col suo cane e quello degli zii, solo due giorni dopo essere scappata dal suo rapitore.

EDIT:
Jayme Closs riscuoterà la ricompensa di 25mila dollari offerta dalla polizia durante la sua ricerca, “per aver salvato se stessa”.

La ditta alimentare presso la quale lavoravano i suoi genitori prima di essere uccisi ne aveva offerti altrettanti, raddoppiando la cifra.

EDIT II:
nell’ottobre 2019, un anno dopo il massacro dei coniugi Closs, è stato diffuso un filmato interno del carcere texano nel quale è stato trasferito Jake Patterson.

Si notano in primo piano due prigionieri che guardano la tv durante un’ “ora ricreativa”, in uno spazio comune del carcere.

In secondo piano, su un livello rialzato, un detenuto con abiti chiari va da Patterson e “si confronta con lui” circa quello che ha fatto.
Verosimilmente lo insulta per la strage insensata.
I due passano alle mani, finchè una guardia interviene da un’area di controllo protetta e non fa stendere tutti a terra.

Ancora un aggiornamento:
quando la realtà supera la fantasia, come si usa dire.

A quanto è trapelato (Jayme è minorenne, gli aspetti più privati della vicenda non sono mai usciti dall’aula di tribunale nel dettaglio) quello sciagurato di Patterson non avrebbe mai usato violenza sessuale sulla ragazzina.
Ha ucciso i suoi genitori e l’ha rapita per motivi sessuali, ha avuto pensieri sessuali, l’ha costretta a truccarsi per motivi sessuali, ha cercato di umiliarla e controllarla, ha cercato di farla bere e fumare, ma di fatto non l’ha mai violentata.

Si sarebbe limitato a dormire nello stesso suo letto, e di giorno a obbligarla a fare con lui giochi da tavolo.
Oltre che a guardare la tv, parlare e addirittura giocare a badminton nel giardino, prima che facesse troppo freddo.
Psicopatia pura.

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