Il “Lupo Mannaro della Siberia”.

A partire dai primi anni ’90 in una cittadina della Siberia hanno cominciato a sparire giovani donne, senza che nessuno ne sapesse più nulla.

A volte si trattava di prostitute, o ragazze che si arrangiavano per vivere, quindi i parenti e gli amici non si allarmavano troppo, pensando che avessero semplicemente trovato un posto migliore per vivere.
Certo, senza mai fare le valigie. Senza salutare nessuno. Senza mai più telefonare. Un po’ strano.

Angarsk, Russia.


Le ragazze a dire il vero si sommano alle donne fino ai 40 anni, sposate e con figli; le prostitute si aggiungono alle impiegate banalissime, che magari erano uscite per andare al bar o a ballare con le amiche.
Hanno continuato a scomparire con una regolarità allarmante per circa 10 anni forse più; e al tempo stesso il destino di alcune di loro si è rivelato non essere affatto un trasferimento nella regione vicina, o in chissà quale esotica meta.

Nei boschi intorno ad Angarsk si sono cominciati a ritrovare i loro cadaveri, così orrendamente massacrati, smembrati, sfregiati, che non si poteva credere potesse essere opera di un essere umano: sulle pagine dei giornali nasce così “il Lupo Mannaro della Siberia”.

Le donne erano uccise con diverse armi, tra le quali coltelli, martelli, cacciaviti, bastoni e accette.
A volte decapitate; in almeno un caso il petto era stato aperto, e il cuore strappato via.

Quasi tutte mostravano segni di violente percosse, a volte di stupri, o anche di rapporti sessuali post mortem.

Alcune delle vittime del Lupo Mannaro di Angarsk.
Alcune delle vittime.

Non c’erano sospetti concreti verso qualcuno, e non si capiva come l’assassino potesse farla sotto il naso di tutti, senza mai lasciare tracce, impronte, niente.
E le donne continuavano ad essere rapite e massacrate, una dopo l’altra, fino a raggiungere la ventina di vittime.
O un Mostro, o un gruppo di Mostri: non poteva essere un solo individuo a compiere un tale scempio.

Come poteva un solo uomo continuare ad avere la meglio su così tante donne, nonostante il terrore che riecheggiava dai giornali e dalle tv?
Nessuno si fidava più di nessuno.
Si sospettavano rapimenti forzati da parte di più individui, appostati nell’ombra, coordinati, con un palo che desse il via libera per l’assenza di testimoni: uno guidava, l’altro la teneva, e così via. Una dinamica complicatissima e impossibile da ripetere così tante volte senza mai un errore.
La criminalità organizzata? Droga, prostituzione? Ma perchè infierire così sulle vittime, perchè tornare a violentarne i cadaveri?
Non tornava nulla; restava un agghiacciante, irrisolvibile mistero.



Finchè un giorno dei passanti non vedono una ragazzina barcollare per la strada.
E’ completamente nuda, si regge a malapena in piedi, e ha dei brutti lividi in faccia e sul corpo.
Ha solo 15 anni, ma sarà lei a rendere giustizia a tutte le vittime cadute nelle mani del mostro fino a quel giorno; sarà lei a fermare il Lupo Mannaro, la Bestia di Angarsk.

Per via dello shock non ricorda il volto dell’uomo che l’ha avvicinata la sera prima, offrendole un passaggio sicuro sulla sua auto, “perchè di questi tempi non si sa mai chi potresti incontrare, così da sola”.
Però ricorda chiaramente che si trattava di un poliziotto. Per quello si era fidata a salire con lui.
Aveva paura del Mostro. Meglio farsi accompagnare fino a casa.

Invece il gentile poliziotto l’aveva portata lontano, in una zona isolata.
L’aveva fatta scendere, picchiata, minacciata con la pistola, malmenata; le aveva preso la testa e gliel’aveva sbattuta con violenza contro il tronco di un’albero, e lei era svenuta.
Una volta priva di sensi, l’aveva stuprata.
L’aveva lasciata così, nuda, per terra, di notte, convinto che tanto sarebbe morta di freddo, che non si sarebbe mai potuta risvegliare per il trauma cranico.

E invece lei non si sa come era tornata in se, aveva cominciato a vagare a piedi, cercando aiuto, soprattutto sperando di non incontrare auto della polizia.

Ora le indagini possono prendere una direzione precisa, seppur nel grave imbarazzo di uno scandalo.
Senza troppa pubblicità -anzi: nella massima riservatezza- vengono controllati tutti gli agenti della città, meticolosamente, senza sconti.
Ognuno di loro potrebbe essere la Bestia.
Viene confrontato il DNA repertato sulla ragazzina con quello di tutti i poliziotti della zona.

E infine nel gennaio 2015 esce il riscontro: il Lupo Mannaro è lo stimato, tranquillo, gentile agente di polizia Mikhail Popkov.
Sposato con un’altra dipendente del dipartimento di polizia, da anni. Padre di famiglia. Un uomo d’oro.

Popkov con la moglie.
Popkov con la moglie.
Popkov con la figlia Ekaterina.
Popkov con la figlia Ekaterina.



Lui all’inizio nega, ma poi di fronte alle prove ammette tutto.

La situazione è paradossale: ammanettato, porta i suoi colleghi nei luoghi dove ha sepolto i corpi: boschi, cimiteri, o ai margini di strade poco frequentate. Sempre gentilmente.

Mikhail Popkov ci indica dove trovare ulteriori cadaveri.
Mikhail Popkov ci indica sorridente dove trovare ulteriori cadaveri.

Per essere sicuri che non nasconda complici o che non stia confessando crimini non suoi, gli viene chiesto di mimare nei minimi dettagli cosa ha fatto, per confrontarlo con le ricostruzioni forensi. E tutto coincide.

Mikhail Popkov mima l'omicidio su un pupazzo, di fronte ai colleghi.
Mikhail Popkov mima l’omicidio su un pupazzo, di fronte ai colleghi.

La moglie inizialmente gli aveva fornito un falso alibi per alcuni omicidi, ma era nei primi tempi dell’indagine, quando lui ancora non aveva confessato. Se non fosse stato per la prova del DNA, grazie alla moglie sarebbe uscito dalla rosa dei sospetti.
Pare che la moglie davvero non immaginasse nulla.
Come per quella del Golden State Killer, anch’egli poliziotto, pensava che avesse turni speciali o pattugliamenti particolari. O semplicemente era in servizio anche lei, essendo appunto colleghi.

La figlia, oggi maestra elementare, ha rifiutato per uncerto tempo l’idea che il padre potesse essere un serial killer.
“Semplicemente non posso crederci, è sempre stato il papà più buono del mondo, deve guardarmi in faccia e dirmelo. Non posso crederci”.

Mikhail Popkov


Ma la verità è che il padre era ancora peggio di quanto non si credesse iniziamente.
Condannato all’ergastolo, durante la detenzione l’ex poliziotto dallo sguardo gentile confessa ai compagni di prigionia altri sessanta omicidi, compreso quello di un collega poliziotto che forse stava per sospettare qualcosa.

Inizialmente gli inquirenti non gli credono, ma Popkov pazientemente dà indicazioni utili a rinvenire altri cadaveri e scheletri; i sopralluoghi hanno comprovato tutti i suoi racconti. E così si è dovuti tornare a processo per i nuovi omicidi, in quanto tutto si è rivelato corrispondere alla verità.

Il numero di vittime mai attribuite era altissimo perchè Popkov cambiava tipologia di vittima (quindicenni, quarantenni; donne sole, coppie; nei bar, per strada; prostitute, impiegate, studentesse; violentate, non violentate, stuprate post mortem o anche no; uccise col coltello, decapitate, bucate con cacciavite, tagliate a pezzi con l’ascia, o solo sbattute per terra o contro gli alberi; sventrate, mutilate, o anche no. Senza contare il collega uomo).
A volte si spostava di pochi chilometri, colpendo in zone limitrofe.
In un caso è riuscito a caricare una ragazza che tornava da un concerto; la sorella le aveva regalato il biglietto e aveva insistito perchè uscisse un po’.

Tatiana Martynova e la sua amica Yulia Kuprikova furono rapite e uccise assieme.
Tatiana Martynova e la sua amica Yulia Kuprikova furono rapite e uccise assieme.



Il numero definitivo delle sue vittime dovrebbe aggirarsi attorno all’ottantina, rendendolo il più prolifico assassino seriale nella storia della Russia moderna. Non male per uno che colpiva in un territorio piuttosto delimitato, e che non era mai stato sfiorato dalle indagini.
Il suo periodo di attività si è esteso per una ventina di anni, senza che nessuno lo sospettasse minimamente (a parte forse il collega poliziotto ucciso).

Mikhail Popkov
Alcune delle sue vittime.
Mikhail Popkov
Mikhail Popkov
Mikhail Popkov



Circa le sue motivazioni esistono diverse versioni, in parte dichiarate da lui stesso.
Ha affermato di voler ripulire il mondo dalle prostitute; solo che non tutte le sue vittime lo erano. Allora ha aggiunto che trovava profondamente amorale che delle donne sposate uscissero la sera da sole per andare al bar.

L’idea del serial killer moralizzatore fa un po’ acqua, perchè “le svergognate” lui le violentava, e anzi ci tornava anche quando erano ormai solo dei cadaveri. Insomma quello del giudizio morale sembra essere un gran pretesto per elevarsi -assurdamente- a “buono”.
Probabilmente pensa di farci una miglior figura, invece di dire che l’idea di sopraffare e schiacciare fisicamente e psicologicamente donne sole e ragazzine indifese lo eccita e compensa i suoi problemi di autostima.

Ad un certo punto si è diffusa la teoria che i suoi delitti fossero originati dal fatto che la madre lo avesse maltrattato da piccolo, ma non ci sono mai stati riscontri reali in proposito.
D’altra parte con la moglie e con la figlia è sempre stato un uomo affettuoso, dal comportamento esemplare. Non le ha mai maltrattate nè picchiate.

Mikhail Popkov
La moglie di Mikhail Popkov
Mikhail Popkov
Ekaterina, la figlia



Per breve tempo si è sospettato che ad originare la scia di orrendi omicidi fosse un rancore verso la moglie, che lo avrebbe tradito a partire dal 1992.
Solo che si tratta di pure illazioni, la moglie e lui stesso negano che ci siano mai state discussioni in questo senso.
A quanto pare durante un’intervista è stato Popkov stesso a mettere in giro queste voci, perchè “un giorno avrebbe trovato due preservativi usati nel cestino di casa”.
Ma senza che ci volesse un investigatore per capirlo, erano stati usati da ospiti che avevano dormito da loro proprio in quei giorni.
Insomma le probabilità che la moglie avesse fatto sesso, in casa, proprio nei giorni in cui avevano ospiti, senza che nessuno se ne accorgesse, e che lasciasse la prova del tradimento in bella vista sono un po’ scarse; e che il marito vedendoli non le avesse chiesto alcuna spiegazione, ma invece avesse deciso in quel momento, e per quel motivo, di diventare il peggior serial killer nella storia del Paese, suona un po’ pretestuosa.
Sembra l’ennesima scusa per puntare il dito verso qualche causa esterna, purchè non fosse la sua psiche malata.



Popkov ha anche dichiarato di essere dispiaciuto per gli omicidi, ma “sapeva che rapire e stuprare donne è una cosa illegale, e quindi doveva coprire il crimine” (nota bene: massacrandole con l’accetta. E’ abbastanza illegale anche quello).

Mikhail Popkov
Mikhail Popkov in carcere ci racconta felice dei suoi omicidi.



Ad un certo punto Popkov ha contratto la sifilide ed è diventato impotente, ma non è chiaro se questo abbia interrotto o almeno diminuito la sua voglia di uccidere, perchè comunque sia prima che dopo non tutte le vittime sono state stuprate.
Ad esempio l’ultima ragazza, quella sopravvissuta, è stata sì stuprata, ma solo dopo essere stata tramortita, data per morta.
Forse Popkov stuprando cadaveri e minorenni morenti si preoccupava di proteggersi da eventuali brutte figure, della qualità propria performance.

La cittadina teatro del massacro.



In definitiva non c’era mai stata nessuna organizzazione criminale, dunque, dietro a quei “delitti perfetti”.
Solo un poliziotto gentile, che dopo la fine del turno, ancora in divisa, avvicinava le donne all’uscita del bar, o lungo le strade buie, mettendole in guardia circa il Lupo Mannaro, e offrendosi di portarle lui a casa, con l’auto di servizio.


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