Soul Asylum – i bambini scomparsi di Runaway Train.

Il primo giugno 1993 veniva pubblicato “Runaway Train” il singolo di maggior successo dei Soul Asylum.
Entrato di prepotenza nella top-ten di moltissimi paesi, a qualcuno venne l’idea di sfruttarlo in una maniera piuttosto originale.



Il video del brano (girato da Tony Kaye, il regista di American History X) fu inserito nella programmazione dei principali canali musicali dell’epoca (ad esempio MTV), godendo di una massiccia diffusione.
Gli effetti che questo avrebbe avuto sulla vita di molte persone andò ben oltre il successo di un qualunque brano alternative rock.



Il video è in gran parte tutto sommato piuttosto convenzionale: scene di fiction che illustrano le mille disavventure nelle quali può imbattersi un adolescente -o un bambino- scappato di casa, come da titolo.

Solo che ad un certo punto, in rapida e angosciante successione, il regista ha inserito le foto di veri ragazzi scomparsi, nella speranza che qualcuno li potesse riconoscere; una funzione vagamente assimilabile al nostro “Chi l’ha Visto”.

Un’idea simile era venuta 9 anni prima, quando la foto di Etan Patz era stata messa sui cartoni del latte (seguito da tanti altri minori), nella speranza di raggiungere migliaia di persone, e tra loro qualche testimone.

L’idea di inserire gli scomparsi nel video era venuta al regista Kaye una sera, guidando di notte: aveva visto proprio un cartellone che mostrava foto di bambini sui cartoni del latte.

Il video musicale di una band rock permetteva di esporre le immagini degli scomparsi ad una fetta di popolazione simile per età, ma che non veniva raggiunta da telegiornali e quotidiani di cronaca, aumentando di fatto la possibilità di avere nuove segnalazioni.

Nel 1993 in USA si contavano circa 1,6 milioni di bambini e adolescenti scappati di casa, più o meno volontariamente.
Infatti se la grande maggioranza ritorna a casa nel giro di pochi giorni o settimane, una parte di essi non viene mai più ritrovata.
Più aumenta il tempo della scomparsa, più è grande il rischio che qualcosa di brutto sia successo.
Il video stesso si conclude sottolineando proprio che non sempre una scomparsa significa “essere scappati volontariamente”, ma piuttosto è il risultato di un rapimento da parte di terzi.

I requisiti per la scelta delle foto da inserire nel video furono tre: i minori dovevano essere scomparsi da almeno due anni; la scomparsa doveva essere stata regolarmente denunciata alla polizia; i genitori dovevano acconsentire alla loro diffusione.

Esistono tre diverse versioni del video: due americane (data la vastità degli USA si è preferito inserite foto di persone sparite in due diverse e distinte aree geografiche), e una inglese.

In realtà pare che le versioni siano state molte di più, perchè il cantante del gruppo pretese dal regista che ogni qualvolta un minore fosse stato ritrovato, la sua immagine avrebbe dovuto essere rimossa immediatamente, e sostituita con un nuovo ragazzo da cercare.

La versione originale all’inizio mostrava un disegno fatto da una ragazzina “scappata più di 110 volte da casa”, dove viveva una situazione difficile; ma la parte venne raramente mostrata in tv, probabilmente per l’eccessiva lunghezza raggiunta dal video.



E in effetti quella che i maligni possono aver etichettato come una trovata pubblicitaria, ha portato davvero a dei risultati: un certo numero di ragazzi fuggiti di casa si sono veramente ravveduti proprio grazie al videoclip, tornando in contatto con le famiglie.

La prima fu la sedicenne Liz Wiles.
Tre anni prima, a soli tredici anni, era fuggita di casa assieme al suo fidanzato. Avevano fatto l’autostop finchè non erano arrivati a molti chilometri da casa, in California.
Liz aveva cercato mille lavoretti per mantenersi e potersi pagare una stanza col fidanzato Ron.
La gente era gentile con lei: raccontava di avere 17 anni e volersi mantenere da sola perchè a casa viveva una situazione difficile. Tutti sembravano volerla aiutare.

Tre anni dopo, a casa di amici, per caso aveva visto il video in tv.
Vedere la propria foto aveva avuto un effetto dirompente, e dopo quasi tre anni nei quali non aveva mai neppure mandato una cartolina a casa, aveva telefonato alla madre, in lacrime, chiedendole perdono.

Poco tempo dopo aveva incontrato la band in un backstage, per ringraziarli.

Una volta riaccolta a casa si era iscritta di nuovo a scuola, anche se con suo grande dispiacere non aveva mai finito il college.
Oggi ha appena superato i 40, è sposata e fa l’agente immobiliare.

A volte le capita di essere in un centro commerciale, o in un diner, e improvvisamente parte quella canzone.
Allora lei e il marito si prendono la mano, e in silenzio pensano al fatto che nessuno intorno a loro sa quale valore possa avere quel brano.

La madre abbraccia la figlia Liz.



Si calcola che 25 casi su 36 si siano risolti- non tutti positivamente- ma i rimanenti 11 restano avvolti nella nebbia delle congetture.

Dieci degli undici casi tutt’ora irrisolti.



In alcuni casi è andata molto male.
Nel 2006 il chitarrista Dan Murphy ha raccontato in un’intervista di aver incontrato un vigile del fuoco, la cui figlia scomparsa era stata inserita verso la fine del video.
L’uomo era venuto a raccontargli della risoluzione del caso.



Nel periodo della scomparsa lui e la madre stavano avendo una difficile separazione.
In seguito si è scoperto che purtroppo la bambina non era fuggita, ma era stata uccisa e sepolta dalla madre nel giardino di casa.


In un altro caso era stata la persona scomparsa ad avvicinarli, ma non per ringraziarli.
Durante il tour di quell’anno, una ragazza urlò loro che le avevano rovinato la vita: mentre era a casa dell’ignaro fidanzato era andato in onda il video, lui l’aveva riconosciuta, e l’aveva costretta a tornare a casa -dalla quale era fuggita per sottrarsi ad una situazione molto difficile.

Gli scomparsi della versione inglese.


La versione inglese del video mostra  Vicky Hamilton e Dinah McNicol.
Erano scomparse la prima alla fermata dell’autobus, un giorno qualunque; la seconda di ritorno da un concerto.
Entrambe avevano accettato un passaggio da un gentile signore.
I loro scheletri saranno rinvenuti sepolti nel giardino di casa sua.

La casa di Tobin.


Le due ragazzine non erano scappate di casa: si erano imbattute nel serial killer scozzese Peter Tobin (che a proposito: oggi ha 72 anni, e ha da poco sviluppato un cancro che non gli permette più di uscire dalla cella per l’ora d’aria).

Vicky Hamilton.

Mark Bartley, che compare anche lui nella versione inglese del video, era stato riconosciuto da un uomo, che non aveva idea fosse scomparso.
Ha chiamato la polizia, ma quando sono arrivati la casa era vuota: Mark e l’uomo col quale viveva erano appena fuggiti. Non è mai stato ritrovato.

Chris Kerze una mattina aveva telefonato alla madre, da scuola: diceva di avere mal di testa, le chiedeva l’autorizzazione a tornare a casa prima della fine delle lezioni.
La madre ha acconsentito, ma una volta tornata a casa dal lavoro aveva trovato un biglietto scrittole dal figlio: diceva che era successo qualcosa di serio. CHe sarebbe tornato per le sei, sempre che non si fosse perso. (“get lost” era sottolineato due volte). Il messaggio era firmato con “Love, Chris”.


Alle 22 ancora non era tornato, e anche se la polizia locale non diede alcuna importanza all’allontanamento, perchè volontario, l’allarme salì alle stelle quando si scoprì che una pistola mancava da casa.
Chris non è mai stato ritrovato.

Neanche del più piccolo degli scomparsi mostrati si hanno più notizie.
Evidentemente non è “scappato di casa”, data l’età, come suggerisce il video musicale.
Aveva solo due anni.

Thomas Dean Gibson è scomparso da Glendale, Oregon, nel 1991.
Stava giocando nel giardino di casa, come sempre.
Quando la madre è uscita a controllare, non l’ha più visto.
Ha pensato che stesse giocando a nascondino, l’ha chiamato, ma non lo ha mai più trovato.

Un invecchiamento di come potrebbe essere Tom oggi.


Per la sua scomparsa è stato condannato il padre Larry Gibson, sceriffo locale.
Secondo la sentenza, Larry avrebbe cercato di sparare ad un gatto randagio, colpendo invece a morte il bambino, e nascondendone il cadavere, temendo di perdere la sua posizione professionale.

Secondo la versione del padre invece, quella mattina, uscendo per andare a fare jogging (e portandosi dietro la pistola d’ordinanza) avrebbe visto Tommy giocare in giardino, e gli avrebbe detto di rimanere lì e aspettare la sorella, che era in casa.

Mentre attraversava il giardino e usciva dal cancello aveva visto un gatto randagio, uno di quelli che già gli avevano dato problemi in passato.
Aveva deciso di sparargli, ma l’aveva mancato. (La moglie e la figlia in casa hanno effettivamente udito lo sparo).
Quindi era andato a fare la sua corsa, per circa 50 minuti.
Al suo ritorno avrebbe appreso della scomparsa del figlio.
Secondo la sua convinzione, sarebbe stato rapito da una coppia sconosciuta.



Durante le ore successive vicini, amici, parenti, polizia hanno setacciato disperatamente le aree circostanti, chiamando il bambino per nome, sperando che potesse riapparire ovunque, così piccolo.

Invece lo sceriffo Larry Gibson aveva preferito farsi prima una doccia.
Poi si era vestito di tutto punto, con l’uniforme.
E poco dopo, durante le ricerche, aveva ordinato ai volontari e ai colleghi di fermarsi, “perchè sta nevicando”.



Nonostante il suo superiore gli avesse ordinato di non lasciare la residenza, Gibson ha preso comunque l’auto d’ordinanza, “per fare un giro nei dintorni, perchè sono convinto che qualcuno l’abbia rapito”.

Quando l’FBI lo interrogherà circa gli avvenimenti di quel giorno, Larry negherà di aver lasciato la casa.
Solo messo di fronte all’evidenza ammetterà la circostanza, ma si rifiuterà di chiamarla menzogna: secondo lui l’FBI ha distorto le sue parole.

Un interrogatorio.



La ricostruzione dell’accusa è stata questa: Gibson quella mattina è uscito per correre.
Una volta fuori dal cancello, ha visto davvero il gatto randagio, e gli ha sparato (un gatto morto, trapassato da un proiettile, è stato davvero ritrovato nelle vicinanze; la pallottola non è mai stata rinvenuta);
dopo circa 20 minuti (sono stati controllati orari e percorso dichiarati da Gibson, quel tragitto non necessitava 50 minuti ma circa la metà) sarebbe tornato a casa scoprendo il figlio morto, in giardino.
Il proiettile destinato al gatto aveva accidentalmente colpito anche il bambino, dietro il recinto.




Gibson preso dal panico, ma soprattutto all’idea di perdere il lavoro, aveva deciso di caricare il corpo nel bagagliaio dell’auto di servizio, ripulire la scena da tutto il sangue (grazie alle sue conoscenze in ambito forense) e allontanarsi a buttare stracci o altri oggetti compromettenti, fingendo di stare ancora correndo.
Al suo ritorno avrebbe fatto lo stupito, trovando la moglie nella disperazione.

Dopo essersi ben lavato per eliminare qualsiasi traccia, si sarebbe messo la divisa per non destare sospetti una volta a bordo dell’auto di servizio; trasgredendo gli ordini, si sarebbe allontanato per occultare il corpicino in un luogo sicuro, mentendo persino all’FBI sulla circostanza.

Curiosamente Larry Gibson, messo di fronte a questa ricostruzione -pur continuando a negare la propria responsabilità- ha riconosciuto che questa dinamica “appare plausibile”.

Nelle settimane successive un’abitante di Glendale raccontò agli inquirenti di aver visto quel giorno “un camion con targa diversa da quella dell’Oregon svoltare proprio nella strada dei Gibson”, ma la donna era già stata ascoltata in precedenza circa la scomparsa di Tommy, e non aveva ricordato nulla di simile.

Allo stesso modo, la sorella maggiore del bambino scomparso, che all’epoca aveva quattro anni e mezzo, raccontò di aver visto una coppia quel giorno rapire il fratello, fornendo anche una descrizione (capelli lunghi e biondi la donna; capelli e barba neri, lunghi e vestiti malmessi per l’uomo).
Il pesante sospetto è che il padre l’abbia indottrinata, per salvarsi le terga.

Dopo l’arresto del padre, avvenuto l’anno dopo, la bambina raccontò un’altra versione: disse di aver visto il padre picchiare il fratello “finchè Tommy non è diventato molle”. Allora il padre lo avrebbe messo “in un sacco nero per l’immondizia, e chiuso nel bagagliaio”.

Al processo si metterà male per Gibson: testimonieranno la figlia, la moglie, e la sorellastra di lui: tutte diranno che era abusivo nei loro confronti, e verso il bambino; e che le avrebbe minacciate più volte di morte.
La sorellastra affermerà anche che poco dopo la scomparsa, Larry le avrebbe confessato di aver ucciso il bambino.
Era molto stressato perchè la moglie aveva ripreso a studiare, e lui si sfogava sul più piccolo.

Larry Gibson è stato condannato per omicidio di secondo grado, simile al nostro colposo.
Vale a dire tre anni di prigione.

Oggi è libero, continua a professarsi innocente, e fa il musicista country.
Chissà cosa ne pensano i Soul Asylum.

Il suo sito, nel quale c’è il link a Facebook, dove si mostra fieramente col cappellino da sceriffo, anche se non lo è più.

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