L’altare di Jeffrey Dahmer.

L’inquilino dell’appartamento 213, sempre educato, gentile e rispettoso.
Praticamente l’unico bianco in un quartiere etnico: ma a chi glielo chiedeva, rispondeva semplicemente che lui preferiva risparmiare sull’affitto, e spendere il resto dello stipendio (della fabbrica di cioccolato) nelle sue passioni: uscire la sera per bere, l’acquaristica, il bricolage.

Alcuni degli attrezzi rinvenuti nell’appartamento.
In effetti qualche vicino si era anche lamentato per i rumori di martello, trapani e seghe elettriche, e oggetti che cadevano a terra -di notte.



Gentile ed educato, però il suo appartamento puzzava. I vicini protestavano.

“Purtroppo dei pesci dell’acquario sono morti, ma cambierò acqua e filtro al più presto” si giustificava.

Un vicino di fronte alla porta di Dahmer.



Poche settimane dopo qualcuno si era di nuovo lamentato.
“Mi dispiace tantissimo, ma ho dimenticato di attaccare la presa del nuovo frigo; mia nonna mi ha dato un sacco di carne da congelare, e con questo caldo…”.

Jeff in compagnia della nonna. Ha ucciso tre vittime mentre ancora viveva con lei.
Chissà se la storia sarebbe andata diversamente se lei non lo avesse costretto a buttare via quel manichino maschile che teneva nascosto nell’armadio.



La seconda volta che si erano lamentati, i condomini avevano coinvolto anche gli amministratori dello stabile.

Pamela Bass, la sua vicina preferita, lo aveva aiutato a pulire tutto per bene, in modo da evitargli lo sfratto.

il salotto



In effetti nel suo piccolo appartamento da single, un po’ disordinato ma tutto sommato curato -per lo meno nella scelta di alcuni elementi- con nudi artistici alle pareti, piante e piume di pavone, c’erano due frigoriferi.
Uno normale, quello integrato nella cucina.
E poi un altro, solo freezer, un po’ in mezzo alla stanza. Proprio accanto al tavolo da pranzo.



I poliziotti entrati in casa sua la sera dell’arresto l’hanno notato in fretta.
L’agente che ha aperto lo sportello ha urlato al collega, ma poi è dovuto correre fuori, e non è più riuscito a tornare dentro: faceva fatica a parlare e a respirare.

Dentro c’era una testa mozzata da poco, con gli occhi aperti. E mani, e organi genitali.
(Metto una foto piccola, solo per evitarvi risultati ben peggiori).




E ancora: sette teschi, alcuni puliti e sbiancati con la candeggina, altri due verniciati così accuratamente da sembrare finti.
Uno scalpo mummificato.
Un pene conservato in un barattolo, sotto formalina.
Due scheletri completi.
Due cuori in frigorifero; resti di carne provenienti da parti già mangiate, rimasti un po’ attaccati al ghiaccio in fondo al freezer.
Un bicipite impacchettato.
Anche un torso umano è riuscito a trovare spazio nel frigorifero, assieme a diversi organi interni, estratti e conservati a parte.
Altri tre torsi stanno a disfarsi in un enorme barile di acido, in camera, vicino al letto.

Dahmer ha detto che la prima volta aveva provato a mangiare la carne della sua ultima vittima per curiosità, ma anche perchè gli dispiaceva disfarsene. Ben presto era diventata un’abitudine.
Aveva pensato che mangiando quei corpi, in un certo senso tornavano in vita.

Faceva sesso più a lungo possibile coi cadaveri, anche portandoseli con lui nella vasca da bagno; fino all’inevitabile momento in cui se ne doveva liberare.
Gli dispiaceva sempre doverli distruggere. Mangiandoli o trasformandoli in oggetti di arredamento sentiva meno forte il senso di perdita.

Lo schema dell’appartamento. Nel ripostiglio del disimpegno sono stati disegnati i due teschi verniciati con finitura “granito”.
Erano verniciati con così tanta cura che l’anatomopatologo ha dovuto procurarsi dei solventi specifici per accertare al 100% la natura umana dei reperti.



Uccidere le sue vittime non gli portava una vera gratificazione, anzi ha spesso affermato di non provare alcun piacere nell’uccidere. Era solo un mezzo per acquisire nuovi corpi.

“Diventò un bisogno incessante, senza fine: dovevo stare assieme a qualcuno, a qualsiasi costo. Questo pensiero riempiva la mia mente in ogni momento della giornata”.

Siccome capiva che era un proposito malvagio e ingiusto, ma allo stesso tempo desiderava farlo più di ogni altra cosa, prima dei delitti abbassava i propri freni inibitori consumando alcol: in questo modo metteva a tacere i residui sensi di colpa.

Dahmer era costantemente ubriaco già dagli ultimi anni di liceo, periodo nel quale usava l’alcol per tentare di reprimere le proprie fantasie di controllo totale. Nessuno sospettava neanche lontanamente che fosse omosessuale. La sua vita privata era un mistero per chiunque.


Per avere un’erezione aveva bisogno di partner assolutamente passivi- degli oggetti, praticamente. Ma non desiderava farli soffrire o torturarli, come invece la maggior parte dei serial killer.
Per “non uccidere” aveva tentato prima di abusare ragazzi sedati, durante gli anni da militare (ragazzi che però una volta tornati coscienti si rendevano conto di cosa avevano subito, e andavano a denunciarlo);
anni dopo ha cercato di creare degli “zombie”, iniettando acqua o acido direttamente nel cranio dei malcapitati, che però contrariamente alle aspettative dopo un po’ morivano- (ecco spiegati i rumori di trapano in piena notte che disturbavano i vicini).
Di solito dopo aver invitato il malcapitato a casa, gli offriva una birra o un caffè pieni di sonniferi, e quando erano svenuti li soffocava.

Una volta l’aveva fatto mentre ancora viveva a casa della nonna. Il ragazzo era incosciente, ma la nonna era rientrata in casa e aveva chiesto da dietro la porta chiusa se era da solo. Jeffrey aveva risposto di sì, ma la nonna non ci aveva creduto.
Allora aveva rinunciato ad ucciderlo, e atteso il momento propizio lo aveva accompagnato in ospedale, praticamente ancora svenuto.

La prima vittima della quale ha conservato dei souvenir anatomici è stato Anthony Sears, un aspirante modello che lo aveva agganciato poco prima dell’orario di chiusura nel bar dove si trovavano.
Dahmer non aveva alcuna voglia di uccidere, ma Sears si era fatto avanti ed erano finiti a casa della nonna di Jeffrey, dove avevano avuto dei rapporti orali. A quel punto Dahmer si era reso conto di trovare Sears “estremamente attraente”, gli aveva drogato il bicchiere, lo aveva ucciso e aveva fatto sesso col suo cadavere, più tardi smembrato nella vasca da bagno, senza che la nonna si accorgesse di nulla.
Per la prima volta aveva deciso di conservare la testa e gli ogani genitali, sotto acetone.
Li aveva portati al lavoro, dove erano rimasti per quasi un anno nel suo armadietto, prima di portarseli nel nuovo appartamento (la nonna lo cacciò due volte, perchè non voleva che portasse ragazzi in casa).



Via via col passare del tempo, un delitto dopo l’altro, aveva deciso di conservare parti di corpo non solo per mangiarle, ma anche per arredare.
(Un’ infelice idea che era venuta anche a Ed Gein)



Esistono due o tre versioni grafiche del suo progetto per un “altare”, o secondo le su parole, un luogo dove meditare, rilassarsi e sentirsi “a casa”.

“bassorilievo / tende blu / lampada con lampadine tonde blu / scheletri dipinti / tavolo nero / teschi dipinti / incenso/ sedia nera”

Negli schizzi riconosciamo perfettamente la finestra del salotto, e il bassorilievo sopra di essa.

Questa è un’elaborazione di qualcuno che ha provato a immaginare come sarebbe stato il risultato finale (non conosco l’autore, ma si è preso alcune libertà: ad esempio le tende non sono nere, il bassorilievo mi pare rappresenti due grifoni? I teschi li voleva sì dipingere, ma non come nel disegno: quelli trovati nell’appartamento avevano una finitura tipo granito, probabilmente per sembrare finti e non insospettire eventuali visitatori -non che la situazione migliorasse molto per un po’ di vernice…).

La realizzazione del progetto al momento in cui è stato fermato dalla polizia sembrava essere a buon punto.
L’ “altare” al quale Dahmer aveva pensato è indubbiamente il tavolo dell’acquario.

la data sembra “18 novembre 1991”, quindi è posteriore alla cattura (che è avvenuta il 22 luglio 1991).


Il secondo disegno è più dettagliato: il bassorilievo avrebbe dovuto avere “gli occhi dipinti fluorescenti”, le tende nere con drappi blu, la sedia nera, ma di peluche; il tappeto nero e bianco. Forse è quello che si nota, ancora impacchettato, nella foto scattata il giorno dell’arresto:


E nel secondo disegno gli scheletri hanno un nome.
Miller. Lacy.

In questo collage fotografico manca Steven Tuomi.
Alcuni dei primi elenchi delle vittime di Dahmer sono incompleti o errati, perchè inizialmente gli sono state attribuite meno vittime, o vittime che in realtà non ha ucciso lui.

L’uomo di 54 anni e il bambino di sei non rientrano tra le vittime di Dahmer.
Si è anche sospettato che avesse ucciso già in Germania, durante il servizio militare: invece ha stuprato dei commilitoni, mentre erano incoscienti a causa dei sedativi che somministrava loro, ma non ne ha mai ucciso nessuno.

Per conoscere i fatti avvenuti nella sua ultima sera da uomo libero, clicca qui.

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