L’arresto di Jeffrey Dahmer.



Dahmer quella sera aveva avvicinato tre uomini in un locale.
Aveva offerto 100 dollari a chi tra loro avesse voluto seguirlo nel suo appartamento, per fargli da modello: voleva scattare delle foto artistiche. Magari bere qualcosa, fargli un po’ compagnia. Una cosa tranquilla.
Uno del gruppo, Tracy Edwards, 32 anni, aveva accettato.

Tracy Edwards.



Una volta arrivati nell’appartamento Tracy aveva subito sentito un odore strano.
Per terra c’erano scatole e scatole di bottiglie di acido cloridrico.
“Mi servono per pulire i mattoni”, aveva tagliato corto Jeff.
Invece erano per dissolvere il corpo del suo ospite, e smaltire la melma che ne sarebbe risultata giù dallo scarico del gabinetto.
Ma Tracy in quel momento non poteva immaginarlo.

La cucina di Dahmer, così come si presentava quella sera.



Una volta seduti sul divano, i due avevano cominciato a chiacchierare del più e del meno.
Jeffrey ad un certo punto, serafico, gli dice qualcosa a proposito del suo acquario.
Qualcosa tipo: “Hai visto che bei pesci? Lì dietro, guarda”

Il divano sul quale erano seduti.



Tracy dava le spalle all’acquario. Per guardare i pesci aveva dovuto voltarsi.
In quel momento il padrone di casa, fulmineo, gli aveva ammanettato un polso.
“Ma che succede?”
Dopo una specie di breve lotta -nel vano tentativo di ammanettargli anche l’altro polso- Jeffrey si era di nuovo calmato, e gli aveva seccamente intimato di andare in camera da letto. “Per fare le foto”.

La camera da letto di Dahmer.



Nella stanza in penombra lo sfortunato ospite aveva subito notato un enorme barile blu, dal quale proveniva uno strano odore penetrante.
Su una tv veniva riprodotta una videocassetta: “L’esorcista III”.
Il tutto era parecchio inquietante.

In origine il film non aveva nulla a che fare con gli esorcismi, ma sono state successivamente girate delle scene adatte a continuare la saga, su volere della Warner Bros.
In realtà la vicenda -che ha originato il libro, e poi il film- era ispirata allo
Zodiac Killer.

Minacciandolo con un coltello, Dahmer aveva ripetuto il proposito di scattargli le foto. Nudo.
Edwards nel tentativo di tenerlo tranquillo aveva iniziato a sbottonarsi la camicia, e risposto che certo, le avrebbero scattate, ma prima doveva mettere il coltello via, e liberarlo dalle manette.
Questo comportamento accondiscendente deve aver calmato Jeffrey, che invece di rispondergli …si era messo a guardare il film.
Per un certo tempo era stato come in trance (probabilmente anche ubriaco, come spesso era), dondolando avanti e indietro, intonando una cantilena tra sè e sè.


E’ passato diverso tempo prima che l’attenzione gli tornasse sul suo ospite. Sempre impugnando il coltello (puntandoglielo all’inguine, per la precisione), aveva appoggiato la propria testa sul petto nudo di Edwards, e dopo alcuni istanti in silenzio, passati ad ascoltare il suo battito cardiaco, gli aveva detto: “ti mangerò il cuore“.

Tracy Edwards.

Compreso senza margine di interpretazione che la situazione era del tutto pericolosa, Tracy Edwards ha continuato a rassicurare l’interlocutore (“sono tuo amico”, “non vado da nessuna parte”, va tutto bene”), mentre invece nella sua testa valutava freneticamente ogni possibile via di fuga: rompere il vetro e buttarsi dalla finestra, ad esempio.

Fingendo di assecondare Dahmer nei suoi propositi è riuscito a ottenere il permesso di andare in bagno, dove però non c’erano finestre.

Oltre il disimpegno si intravvede il bagno.



Allora ha chiesto se potevano tornare in salotto e bere una birra insieme, perchè lì c’era il ventilatore.
Richiesta accettata. Un altro punto per Edwards.

Il tavolino accanto al divano, pieno di birre.


Sul divano, Jeff si distrae nuovamente. Lascia la presa sulle manette, sembra assente.
Edwards ne approfitta e salta in piedi: gli molla un pugno, facendogli perdere l’equilibrio -e riesce a scappare dalla porta d’ingresso.


Mezzo nudo, con una manetta penzolante dal polso, Edwards per strada trova due poliziotti e chiede loro di liberarlo, ma la loro chiave è per un altro modello.
“Un mezzo matto ha cercato di ammanettarmi!”; ma gli agenti non possono ancora rendersi conto di tutta la situazione.

Edwards accetta di tornare nell’appartamento, assieme a loro.
“Così il tuo amico ti riapre le manette”.
Ci era rimasto per circa cinque ore prima di riuscire a fuggire, un tempo infinito, e ora a quanto pare doveva tornarci.

La porta di Dahmer.



I due agenti, accompagnati da Edwards, bussano all’appartamento 213.
Jeffrey apre la porta senza problemi. Anzi, li fa entrare, senza scomporsi.

“E’ vero”: ammette di aver messo una manetta al polso di Edwards -anche se non sa spiegarne il motivo.
Jeff la sta facendo di nuovo franca. E’ calmo, ha un modo di fare pacifico, rassicurante.
I poliziotti ci sono già cascati due volte, in passato.
Lui sa come fare. L’ha già fatto, e sta per succedere di nuovo.
Jeffrey è un bravo ragazzo, non dà problemi, è uno tranquillo.

Fotografato in un precedente arresto.



Tracy Edwards assiste alla scena allibito. Non può sapere degli altri episodi, ma ogni secondo che passa si allarma sempre di più: capisce che qualcosa sta andando storto.
Non stanno arrestando quel matto, non sta proprio succedendo un bel niente.
“Mi ha minacciato con un coltello! Di là, in camera da letto!” sbotta.

Ancora Jeff non fa una piega.
Invece di rispondere -giustificare o negare questa cosa del coltello- lui devia leggermente l’argomento.
Molto abilmente dichiara che le chiavi delle manette sono in camera da letto, in un cassetto.
In fondo, le chiavi sono proprio il motivo per il quale sono venuti a bussargli. Nient’altro.
Ha messo una manetta al polso di un uomo, non sa bene perchè.
Glielo lascia immaginare: sarà una cosa tra gay.
Comunque lui ora sta gentilmente offrendo la soluzione.

La calma olimpica tipica degli psicopatici.



Un agente si dirige verso la camera, e Jeff tenta di sorpassarlo, per prenderle lui le chiavi. Ma il secondo agente nota la mossa, e lo blocca.

E quando il collega torna, in mano non ha le chiavi. Aprendo i cassetti ha trovato dell’altro.

La cassettiera nella camera di Dahmer.


Ha delle foto in mano, e la sua faccia è strana.
“Queste sono vere.” dice al collega.
Polaroid di corpi umani, cadaveri interi, cadaveri aperti, mutilati, decapitati, costretti nelle pose più strane.
Peggio di qualsiasi film: quelle posizioni non sono state pensate per scioccare il pubblico. Sono frutto di fantasie sessuali di un solo individuo. Nascono per lui, sono per il suo solo consumo, si capisce subito.

E se pure non fosse così lampante, il fatto è che quei corpi sono ritratti in quello stesso appartamento.
I quadri, le tende, i mobili, tutti gli oggetti sullo sfondo sono quelli che si trovano ora, davanti e intorno a loro.

La camera da letto. Quando sono state tolte le lenzuola, i materassi erano sporchi di sangue vecchio.



Di fronte alle foto, Dahmer capisce che è spacciato; si gioca l’ultima carta: cerca di fuggire.
Viene immediatamente fermato, ma fa ancora resistenza- lo bloccano a terra e lo ammanettano.
Stavolta è finita.
“Per quello che ho fatto, dovrei essere morto”, dice, la faccia sul pavimento.

Poche ore dopo dichiarerà: “ho creato questo orrore, e l’unica cosa che ha senso ora è fare del mio meglio per mettervi fine”.
Dahmer si è arreso, in tutto e per tutto.


Mentre chiamano una seconda squadra di polizia e aspettano che arrivino i rinforzi, uno dei due agenti nota il freezer in mezzo alla stanza, e lo apre.

In quel momento si rivela al mondo quello che nessuno, per anni, aveva neanche mai sospettato esistesse: il “Mostro di Milwaukee”.

L’arresto e la scoperta di questo nuovo mostro ebbe un’eco internazionale: Gianni Minoli ci dedicò una puntata speciale di Mixer; e quello che tutto sommato mediaticamente avrebbe dovuto avere poco risalto (gli omicidi di persone di colore godono di meno copertura mediatica; e quelli a sfondo omosessuale ancora meno) a causa dei macabri particolari, e della collaborazione del killer, riscosse un grande interesse; tanto che in carcere altri “colleghi” ne restavano stupiti e affascinati, se così si può dire. Richard Ramirez, “The Night Stalker” ne ha immaginato proprio il famoso frigorifero.

L’Unità, 12 febbraio 1992





Il condominio teatro degli omicidi, dopo l’arresto, è stato prima evacuato, l’appartamento svuotato da una squadra speciale, per via delle sostanze pericolose; e poi il tutto è stato rapidamente raso al suolo, tra le proteste di alcuni inquilini che nonostante tutto non avrebbero voluto traslocare.
Il lotto oggi è un’area verde, perchè è rimasto tutt’ora vacante, dopo quasi 30 anni.

-Poscritto-

Una ventina di anni dopo aver salvato la propria vita -e quella di chissà quanti altri ragazzi- Tracy Edwards (divenuto nel frattempo un senza tetto, dipendente da alcol e droghe) in compagnia di un altro uomo è stato visto discutere vicino ad un fiume, con un terzo individuo.

Ad un certo punto Edwards e l’altro uomo hanno preso il terzo, lo hanno sollevato di peso e lo hanno buttato giù dal ponte, di testa.
L’amico di Edwards si è poi tuffato a sua volta nel fiume, probabilmente per tentare di salvarlo; ma è stato lui stesso recuperato a fatica.
Il terzo uomo è affogato.

Edwards ha affrontato un processo dove avrebbe potuto rischiare fino a 12 anni, ma se l’è cavata con un anno e mezzo di detenzione.


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