Colonial Parkway Murders: intervista.


Il 29 maggio 2019 è stata pubblicata una lunga intervista a Bill Thomas, il fratello di una delle prime vittime, che ha aggiunto molti particolari interessanti alla vicenda.

Se non hai letto o non ricordi il post in questione, lo trovi qui.

Bill Thomas con la foto della sorella Cathleen.


Bill ha innanzitutto parlato un po’ della loro vita fino al momento del delitto.
Come si può sospettare dai bei capelli rossi di Cathy, la loro famiglia ha origini irlandesi; ma si sono trasferiti da generazioni a Boston, Massachusetts.
Già il loro padre era ufficiale navale, la famiglia (“di democratici kennediani”) ha vissuto quindi in molte città diverse, spostandosi ogni due anni -già quando i quattro bambini erano piccoli- per seguire la sua carriera militare.

Cathleen, unica figlia femmina, come il padre e come un fratello maggiore si era arruolata in Marina, e per questo motivo si era trasferita in Virginia, dove purtroppo si concluderà la sua vita.

I due fratelli mediani invece si sono occupati di musica (rock band, industria musicale elettronica, o fondando associazioni a tutela degli attori -sia di tv che di teatro, sia dei direttori artistici, dei musicisti e così via).

Anche in virtù di questo, il fratello Bill che ha rilasciato l’intervista ha rivelato che si sta occupando della realizzazione di una serie incentrata proprio sui Colonial Parkway Murders, che sarà messa in onda tra circa due anni per Oxigen, con la collaborazione di tre ex agenti dell’FBI.


Bill spera con tutto il cuore che riprendere in mano ogni singolo dettaglio della vicenda possa contribuire ad avvicinarsi alla realtà di quello che è realmente successo a sua sorella, alla sua fidanzata, e agli altri ragazzi.
Possibilmente individuare l’assassino.

Le indagini sono state complicate dal fatto che -anche se ogni omicidio è avvenuto a poca distanza dagli altri- la prima e l’ultima coppia (facilmente distinguibili perchè forse per caso, forse volontariamente, erano quattro ragazze omosessuali), sono intervallate temporalmente tra loro da altre coppie uccise o scomparse; alcune dentro i perimetri del parco, altre appena al di fuori dei confini della contea.

Quindi le coppie uccise nel parco statale (la prima e la terza) sono seguite dall’ FBI; mentre quelle uccise o scomparse fuori dal parco sono indagate dagli sceriffi delle contee corrispondenti, e dallo Stato della Virginia, frammentando e ritardando l’analisi d’insieme.

Le due contee hanno dovuto svolgere le indagini con le proprie forze, per così dire, cioè senza poter contare sull’aiuto dell FBI.

Trent’anni fa quelle erano zone poco popolate, molto rurali, con pochissimi crimini: una delle due contee non aveva neppure una stazione di polizia.

Tutto questo ha complicato molto le indagini, e -anche se tutto appariva molto allarmante- l’evidenza che ci fosse davvero un serial killer ci ha messo diversi anni a farsi strada.



A dire la verità, almeno ufficialmente, non esiste nulla di tangibile che colleghi tutti gli omicidi tra loro.
Non una stessa pistola, non impronte digitali, o un preciso DNA.

Esistono solo indizi e circostanze: il luogo (un parco precedentemente privo di episodi criminali), la vicinanza temporale (circa un duplice omicidio all’anno), le vittime (sempre coppie), il contesto (quasi sempre coppie appartate in una “Lover’s Lane”, un posto per coppiette), scarsi segni di lotta, nessun furto, nessuna violenza sessuale -anche se in un caso si parla di “contatto di natura sessuale con un soggetto sconosciuto“, che potrebbe essere il killer, ma anche un altro partner della vittima;
sono molte le illazioni, perchè i report ufficiali non sono disponibili, essendo un caso ancora aperto-

Forse perchè davvero non sono collegati tra loro, o forse perchè chi li ha commessi è stato davvero attento a cambiare -di poco- contea, arma, modus operandi, e a non lasciare impronte, perchè davvero fa parte delle forze armate e ha delle conoscenze tecniche, come qualcuno sospetta.



Ad esempio, nel primo delitto, il killer ha portato con se delle corde, un coltello, del nastro adesivo rinforzato, una tanica di gasolio, tutte cose che su un primo momento hanno fatto pensare a qualcuno che lavorava su una barca o ne possedeva una (un ulteriore collegamento con l’acqua: la macchina delle vittime -dopo il fallito tentativo di incendiarla- è stata guidata dall’assassino oltre la linea costiera, cercando di farla inabissare nel fiume).

Ma questi oggetti portati dal killer sul luogo del delitto potrebbero anche far parte del “kit per omicidi” (purtroppo esistono precedenti: serial killer che nascondono nel bagagliaio tutto l’occorrente per sequestrare eventuali “fortuite” vittime, cogliendo l’occasione; portarle nei boschi e ucciderle in tranquillità- vedi Israel Keyes, o il nostro Daniele Restivo).

il serial killer italiano Daniele Restivo.



In entrambi i casi (proveniente da una barca, o invece appartenente a qualche corpo militare o guardia boschiva) l’individuo è stato bene attento a non lasciare nessuno dei quattro oggetti sul posto: si è ripreso il coltello col quale ha sgozzato le vittime, la tanica di liquido, lo scotch, e le corde (una legata così stretta al collo di Cathy che invece di sciogliere il nodo, ha preferito tagliare i capi liberi, pur di riprendersela: forse temeva di aver lasciato tracce sulla lunghezza).

Ma nonostante questa precauzione, la parte di corda col cappio che era legata attorno al collo squarciato della vittima è rimasta intatta, ancora stretta al collo della ragazza.
E in effetti proprio questo nodo, di tipo non comune, ha rinforzato i sospetti verso un marinaio o un militare.
Forse era così pieno di sangue che ha preferito non toccarlo, o ha pensato che tanto non ci avrebbero potuto repertare tracce di alcun tipo.
Infatti il collo di Cathy era squarciato da orecchio a orecchio, con l’aggressore che stava alle sue spalle; la testa era quasi staccata dal corpo: la corda intrisa di sangue.

Forse non ha perso tempo a tagliare il cappio perchè tanto voleva distruggere l’auto e i corpi col fuoco, o in mancanza di questo (evidentemente era una persona che aveva disponibilità di gasolio, ma allo stesso tempo non era a conoscenza della sua minore infiammabilità rispetto ad altri combustibili, anche questo potrebbe essere un indizio), inabissare l’auto e lasciarla trascinare via dalla corrente, proprio per allontanare le indagini da se.
Nonostante gli imprevisti e alcuni errori, di sicuro non era uno sprovveduto o un impulsivo, riflette Bill Thomas.

Bill Thomas mostra un ritratto della sorella.




Bill ricorda che 48 ore dopo il duplice omicidio, due agenti dell’ FBI sono andati a casa loro per discutere il tragico evento, e per renderli partecipi della messa in moto delle prime indagini.

Ad un certo punto però, tutti nella famiglia si sono resi conto che gli agenti erano come… imbarazzati.
Avevano lo sguardo basso, ed esitavano a proseguire.

Ad esplicita richiesta di spiegazioni, i due agenti si sono decisi a condividere l’idea che si stava formando dopo i primi rilievi: e cioè che il killer fosse una persona che si presentava come “figura istituzionale“, o autorevole, per così dire.

La famiglia della vittima non capiva cosa queste parole potessero significare.
E così gli agenti si sono messi ad elencare esempi: esercito, marina, guardia forestale, poliziotto; agenti statali, locali e federali.



“Qualcuno che si è avvicinato a loro in maniera non allarmante“; era qualcuno che avvicinava la coppia “in maniera non minacciosa”; e nello specifico si pensava che fosse -o impersonasse soltanto- un membro delle forze dell’ordine.

Tra l’altro il Colonial Parkway è pieno di basi militari (Cathy stessa viveva nella base della Marina Militare) e campi base della CIA, oltre a guardiacaccia, sceriffi e così via.
In totale 12 differenti corpi, e praticamente tutti usavano attraversare il parco, come scorciatoia tra le varie basi, o tra le basi e le zone abitate.



Anche per via di questa massiccia presenza di forze dell’ordine e divise di ogni tipo, l’area -tranquilla, scarsamente popolata, rurale- era pattugliata pochissimo, e nessuno aveva la percezione di vivere in un’area pericolosa.
(Dopo questa scia di omicidi però il turismo locale ebbe un deciso crollo).



La cosa inquietante è che già solo dopo il primo delitto, a poche ore dall’evento omicidiario, già c’era questa idea del soggetto in divisa, o pseudo tale; idea che nelle scene del crimine successive sarebbe stata ulteriormente rafforzata.

Ad esempio nel caso della terza coppia uccisa: la ricostruzione che gode di maggior credito è che i ragazzi siano stati fermati da uno stop, probabilmente manuale, da parte di un soggetto in divisa -o che si comportava come un agente di qualche tipo; forse addirittura provvisto di palette o cartelli, veri o falsi che fossero.

Sono in effetti emerse testimonianze di altre persone, che in quegli anni erano state fermate da “un qualche tipo di agente”; e che curiosamente non hanno mai saputo identificare con esattezza di quale corpo facesse parte.

Un individuo dall’aria “autorevole” li fermava durante il loro tragitto in auto lungo il Colonial Park o limitrofi; guardava chi c’era in auto, controllava i documenti, e poi li lasciava andare.

Si parla di “dozzine e dozzine di casi mai chiariti“.




La circostanza descritta è particolarmente inquietante, perchè ufficialmente non erano mai stati previsti posti di blocco o controlli di sorta in un’area naturale così scarsamente popolata, dove se ricordate non c’era bisogno neanche di una stazione di polizia.

La polizia della Virginia non riuscì mai a capire chi fosse a fermare le auto, per quale motivo lo facesse, e perchè controllasse i documenti; non è chiaro neanche se si trattasse di un’unica persona (sempre la stessa), o invece di più soggetti, in tempi diversi.

Forse era un militare -o qualcuno desideroso d’esserlo- che godeva nell’avere quei cinque minuti di potere?
Forse la cosa, visto che funzionava (tutti collaboravano, si fermavano e mostravano i documenti -persino se il soggetto che faceva loro segno di stop era in abiti civili!) il “gioco” era sfociato nella ricerca di vittime da uccidere?



Ad ogni modo il problema del “police impersonator” era conosciuto in quel luogo e in quel periodo, ed era un bel grattacapo per i veri agenti locali, perchè non capivano il motivo di questo comportamento reiterato.



Bill Thomas è riuscito di recente a contattare altri familiari delle vittime, anche se sono passati decenni: si sono confrontati con quel poco che l’FBI ha detto loro circa lo stato attuale delle indagini.

A quanto è stato detto loro, sulla scena di tre duplici omicidi è stato raccolto del DNA che potrebbe appartenere al responsabile (o ai responsabili: perchè non è stato rilevato un unico DNA, ma molti campioni diversi).
C’è la speranza che incrociando i dati, e sfruttando l’archivio online del DNA- come nel caso del Golden State Killer- si possa dare un volto ai proprietari di queste tracce genetiche, e possibilmente all’assassino o assassini.



Bill Thomas prosegue il suo doloroso racconto.

Nel 2009, seduto nel suo ufficio di Los Angeles (dalla parte opposta degli Stati Uniti, rispetto alla Virginia) si è messo a pensare all’omicidio della sorella.
Era quasi il 23esimo anniversario del primo delitto, vale a dire quando tutto cominciò.

Spinto dalla volontà di trovare un senso, si è messo a setacciare il web, rileggendosi ogni singolo articolo, post, video, blog, commento, riguardante i Colonial Parkway Murders.
E si è imbattuto in due brevi video su youtube, pubblicati solo due settimane prima, da una rete locale della Virginia.

Parlavano del fatto che “l’ FBI aveva perso il controllo delle foto delle scene del crimine”.
Le foto di sua sorella massacrata erano diventate di dominio pubblico.



Bill era scioccato, perchè nessuno degli inquirenti lo aveva mai informato di questo.

A quanto veniva detto dal servizio di news locale, “uno sceriffo in pensione aveva preso le foto dei delitti, per mostrarle nei corsi di formazione”.

Il secondo servizio locale (condotto dallo stesso giornalista del primo video), mostrava un agente dell’ FBI, che cercava di ridimensionare le cose.


Infuriato, Bill ha trovato una pagina Facebook della quale non era a conoscenza, dedicato alle terze vittime, Keith e Cassandra.
Ha scritto agli amministratori tramite la piattaforma social, e per la prima volta è entrato in contatto con i parenti di quelle due vittime.

Fino a quel momento, per decenni, i rapporti tra parenti, fratelli e così via erano rimasti piuttosto congelati.
Loro stessi, prima del primo omicidio, avrebbero dovuto passare il ringraziamento con Becky, passando per la prima volta del tempo con lei- ma le due fidanzate erano state uccise poco prima di quella cena.
I rapporti coi genitori della seconda vittima (che non sapevano neppure che avesse una fidanzata) quindi non erano mai stati stretti, nè prima nè dopo.


Bill ha deciso di usare la defaillance dell’FBI (la diffusione non autorizzata di foto) per “obbligarli a stringere il cerchio delle indagini”.

Si è accordato con le altre famiglie delle vittime, e addirittura si sono messi d’accordo su cosa dire, cosa chiedere e cosa pretendere dagli inquirenti, muovendosi uniti e facendo leva sullo scandalo delle foto dei loro parenti uccisi.

E anche sul fatto -piuttosto sconcertante- che otto anni dopo l’omicidio della sorella, i “kit dello stupro” (i tamponi orale, rettale e vaginale, per rilevare eventuali tracce di sperma del killer) sono stati inspiegabilmente distrutti.
Anche se il caso non era chiuso (in effetti è aperto tutt’oggi).

La stessa cosa era successa per la ciocca di capelli strappati dalla testa del killer!



L’FBI ha convocato le famiglie per delle scuse ufficiali, e così tutti si sono incontrati di persona per la prima volta.
La sera prima hanno avuto un incontro tra loro, senza FBI -“una cena molto interessante”, dice Bill.

La versione ufficiale che le autorità hanno detto loro:
a diffondere le immagini è stato un “non-agente” (ci tenevano a sottolinearlo), nello specifico: un fotografo dell’ FBI.

Questo fotografo, come risulta, ha cercato più volte di truffare alcuni parenti delle vittime, millantando di avere piste calde e prove mai rivelate.

Il fotografo ha avuto precedenti penali.
Di più: è morto in carcere. Pochi mesi fa.

Nonostante il personaggio fosse più che opaco, Bill ha sempre avuto l idea che veramente sapesse qualcosa in più, in particolare riguardo alla coppia mai ritrovata (opinione condivisa dal padre della vittima maschile, Keith Call).
Se questa possibilità derivasse da una qualche soffiata ufficiosa, o invece da un coinvolgimento in prima persona, non è dato sapere.



Una coincidenza interessante che Bill ci rivela:
al momento dell’ultimo omicidio, quello avvenuto 10 anni dopo la “prima serie” (stiamo parlando della seconda coppia di ragazze lesbiche), in una zona non molto distante ma di diversa giurisdizione, quattro rangers impiegati nel parco lavoravano anche nel Colonial Parkway al momento del primo delitto (quello della prima coppia di ragazze uccise).

Uno di loro, dopo il primo duplice delitto (era stato tra i primi a ritrovare l’auto coi cadaveri) era stato attenzionato e indagato in quanto individuo sospetto. Tra le altre cose fu sottoposto ad interrogatorio e poligrafo.

Incredibilmente, nonostante fosse un soggetto indagato per il primo duplice omicidio, gli fu permesso di continuare a lavorare in relazione all’altro caso-fotocopia, nonostante l’FBI stessa avesse dichiarato che i quattro omicidi potessero essere legati tra loro.
In pratica partecipava all’analisi di un delitto possibilmente collegato ad un’altro …per il quale era stato sospettato.

Anni dopo questo ranger si spostò in Arizona, e anche lì fu più o meno coinvolto in un altro delitto.
Ma siccome non è mai stato condannato per nulla, ci si mantiene vaghi nelle dichiarazioni pubbliche.

Uno degli investigatori che ha seguito tutta la cosa ha detto a Bill: “non sto dicendo che questo ranger sia un assassino; ma posso affermare che quest’uomo è un cattivo agente, e che è del tutto simile ad un vigile del fuoco che appicca incendi solo per il gusto di correre a spegnerli”.

L’FBI afferma che sta rianalizzando da capo ogni reperto; ma c’è chi dice che si stia temporeggiando, perchè si teme che con questi ulteriori accertamenti l’ultimo campione disponibile venga distrutto.
Ma i familiari supplicano che venga dato un nome a chi ha lasciato il proprio materiale genetico sulle scene del delitto.

La faccenda è estremamente delicata: anni fa un sospettato fu scagionato perchè nel processo il suo DNA fu confrontato con quello trovato su un pezzo di nastro adesivo usato sulla scena del delitto; ma per via di un sospetto di contaminazione della prova, il campione fu dichiarato “non valido”.



L’FBI ha “congelato” gli incontri da un anno e mezzo, rifiutano di parlare coi parenti delle vittime (si sospetta principalmente per via delle critiche mosse loro da parte di Bill).
Il quale però è disperato, perchè i suoi genitori sono morti senza sapere chi ha ucciso la loro unica figlia, e teme che se non insistono ora, non verrà mai fatta luce.
Dopo 30 anni stanno scomparendo uno dopo l’altro i sospettati, i testimoni e i parenti delle vittime.

Un esperto forense gli ha detto che il caso è potenzialmente risolvibile, a patto di analizzare tutti i reperti ed eseguire le giuste comparazioni genetiche.
Ma l’FBI gli ha risposto che attualmente hanno migliaia di altri casi aperti, e migliaia di kit dello stupro da analizzare; e questi hanno la precedenza sull’omicidio di sua sorella.
Bill obbietta che se avessero risolto prima l’ omicidio di sua sorella, forse non avrebbero avuto tutti gli altri casi da analizzare, o almeno non così tanti.
Il riferimento alla catena seriale -e ad un unico responsabile- è chiaro.



Un servizio di 5 minuti con testimoni e filmati dell’epoca:


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