Delphi Murders, la voce dell’assassino: possibile svolta.

Delphi, Indiana. Una cittadina poco popolosa, nella quale tutti più o meno si conoscono; un luogo non particolarmente pericoloso.

Ci vivono due compagne di scuola. Di più: sono migliori amiche.
Hanno 13 e 14 anni, si chiamano Liberty German e Abigail William, ma tutti le chiamano “Libby e Abby”.

Libby era la più espansiva, voleva fare l’insegnante di scienze.


Abby in pubblico era timida, ma tra amici rivelava il suo lato divertente.
Le piaceva leggere e dipingere.




Il 12 febbraio 1997 Abby dorme a casa della migliore amica, perchè il giorno dopo -anche se è un lunedì- la scuola è chiusa. Ne approfittano per passare del tempo assieme, mangiare, chiacchierare, guardare un film.


Il giorno dopo nonostante sia inverno è una bella giornata: c’è il sole, si sta bene fuori.
Le due amiche decidono che nel primo pomeriggio, dopo pranzo, sarebbero andate a fare una piccola escursione in un parco locale.

Anche la sorella maggiore di Libby deve incontrare un amico nel pomeriggio, quindi dà loro un passaggio fino al parco, con l’accordo che qualcuno sarebbe passato a riprenderle dopo qualche ora. Si terranno in contatto coi telefoni cellulari.
E’ l’una e mezza quando si salutano.



Nel parco si trova una vecchia rotaia sopraelevata, il Monon Bridge Trail, che nonostante appaia piuttosto pericolosa da attraversare a piedi, per i locali è un luogo caratteristico per via del corso d’acqua che passa sotto e per gli alberi che circondano il ponte.



Viene considerato una specie di attrazione, un monumento storico (è stato costruito nel 1891, ed abbandonato nel 1987); è il secondo ponte più alto dell Indiana; un posto dove andare con gli amici a scattarsi selfie.


E’ quello che fanno anche le due amiche.
Su un social quel pomeriggio Libby pubblica una foto dell’amica, scattata proprio sopra il ponte.


Sul cellulare registra anche la sua voce e quella dell’amica, mentre parlano e scherzano tra loro.
Ad un certo punto si domandano “cosa accidenti vuole quell’uomo inquietante che sembra le stia seguendo”.
Ma il contenuto dei cellulari verrà analizzato solo in seguito.



Alle 3 del pomeriggio il padre di Libby esce dal lavoro, ed è in auto diretto verso il parco. Telefona alla figlia per trovarsi all’ingresso dell’area verde e tornare tutti a casa, ma nonostante i ripetuti tentativi nessuno risponde al telefono.

Mentre cerca nel parco, l’uomo contatta via via gli altri numeri che potrebbero aiutarlo a capire cosa sia successo: ma neanche l’amica della figlia risponde.
Forse hanno lasciato i cellulari negli zaini o nelle giacche, e non li sentono. Forse sono già tornate a casa a piedi. Chiama a casa. Chiama la figlia più grande.
La preoccupazione comincia a crescere, ma la cittadina è piccola, tranquilla: le ipotesi continuano a rimbalzare tra l’idea che si siano distratte, dimenticate, e il guasto, il contrattempo. Al massimo potranno essersi smarrite nel parco.

Dopo due ore si pensa a qualcosa di peggio. Tipo che magari una delle due ragazzine sia caduta e si sia storta una caviglia, e l’amica sia accanto a lei, impossibilitate per qualche motivo ad usare i telefoni, e aspettando di essere trovate.
Comincia a scendere la sera, il sole cala e anche la temperatura.
Qualunque cosa sia successa loro, le cose cominciano a farsi serie: viene allertata la polizia.



Alle 18 praticamente tutto il paese sta setacciando l’area verde, chiamando, frugando tra i cespugli in cerca di una traccia.
Si organizzano squadre di ricerca, attaccando volantini ovunque.


Ma il parco è molto grande. A mezzanotte viene deciso che non ha senso continuare con le torce: meglio riprendere la mattina dopo.



Il giorno dopo alle 7 si riuniscono tutti i parenti, gli amici, la polizia, i volontari. E’ il giorno di San Valentino.
Le ricerche si rivelano più fruttuose rispetto al giorno precedente, ma il risultato è qualcosa che nessuno avrebbe mai voluto scoprire.
Le due ragazzine vengono ritrovate a meno di un chilometro dal ponte, nella proprietà privata -ma raggiungibile da chiunque- di un pensionato. Purtroppo sono morte.


La cittadina di Delphi è precipitata in un incubo incomprensibile.
Cosa è successo a due ragazzine normali, tranquille, che si trovavano in un parco pubblico frequentato da onesti cittadini, in un giorno qualsiasi, alla luce del sole?

La polizia deve fare le sue indagini, certo. Bisogna avere pazienza.
Ma non ci si può mettere l’anima in pace. Lo sgomento è troppo.
Qualche voce trapela. In paese non si parla d’altro, e così ogni notizia, ufficiale o presunta, si diffonde rapidamente.
Qualcuno le ha uccise, dicono.
La polizia non ha mai rivelato in che modo è stato fatto.
Deve essere stato qualcuno che vive qui, a Delphi. Perchè dopotutto chi altro frequenta il parco, per giunta di lunedì pomeriggio?!

Ma d’altra parte non può essere stato qualcuno di noi: ci conosciamo tutti.
Nessuno di noi farebbe una cosa così orribile.
Deve essere stato qualcuno di fuori.
Ma probabilmente non ci crede del tutto neanche chi lo dice.
Tutti si chiudono in casa la sera. I bambini non possono più giocare nel cortile. I vicini di casa, i colleghi, gli amici si guardano con aria triste, preoccupata. Cercando disperatamente di non far trasparire il sospetto.


Passano i giorni, e non arriva nessuna risposta.
La polizia si mantiene molto riservata, ma diffonde appelli: chiunque abbia visto qualcosa di insolito quel giorno, nel parco o altrove, deve andare a testimoniare.
Ogni piccolo particolare, anche se sembra insignificante, potrebbe portare ad un nome.
Un collega che non si è presentato al lavoro, un vicino che è rientrato più tardi del solito, un’auto parcheggiata in modo strano, un uomo che aveva atteggiamenti insoliti nel parco.
Ecco, un uomo nel parco.

Una settimana dopo il duplice omicidio, dal cellulare di Libby esce fuori un video: l’ultimo registrato dalla ragazzina, prima di morire.
E’ il video dove si sente la sua voce e quella dell’amica mentre si chiedono “cosa vuole quell’uomo inquietante che sembra seguirle”.

La polizia estrapola e diffonde questi fotogrammi:


Nessuno riconosce l’uomo.

Qualche giorno dopo viene diffuso anche un frammento audio: l’individuo con fare brusco ordina alle ragazzine di “scendere dalla collina” (vale a dire il rialzo grazie al quale si accede al ponte).





Arrivano segnalazioni, ma nulla di decisivo.

Gli inquirenti sperano di ricevere la dritta giusta, ma senza diffondere troppi particolari. Però la svolta non arriva.

Viene offerta una ricompensa di 41mila dollari.

Le testimonianze cominciano a diventare centinaia.
Gente che crede di aver visto, gente che immagina di aver visto, gente che spera di aver visto.
E poi quelli in cattiva fede: mitomani, gente che nutre pensieri morbosi e vuole far parte della vicenda, anche solo per qualche ora.
Vengono diffuse voci maligne sulle ragazzine (una sarebbe stata incinta, cosa assolutamente non vera) e sulle famiglie (si starebbero intascando i soldi destinati alle ricerche, altra cosa non vera).
Comunque si verifica tutto, filtrando il più possibile le segnalazioni grazie ai particolari tenuti segreti.
E’ comunque un lavoro immane. Che purtroppo non porta a nulla.

L’assassino si starà divertendo a guardare gli inutili sforzi della polizia?
O si sarà allarmato, al punto di disfarsi di ogni prova? Forse ha già lasciato lo Stato?
Il tempo che sta passando mette in difficoltà gli inquirenti, e gioca a favore dell’assassino.

Passano i mesi.
Il 17 luglio 2017 viene diffuso un identikit, a quanto si dice realizzato su indicazione di un testimone.


Neanche questo porta a nulla.
Il celeberrimo profiler John Douglas viene interpellato sul caso.
E’ stato diffuso un nuovo, minuscolo frammento audio.
Il sospettato ha pronunciato la frase “Guys, down the hill”, letteralmente significa “ragazzi”, il che potrebbe indicare una persona abituata a relazionarsi con gruppi di adolescenti, ad esempio un insegnante.

In realtà “guys” spesso viene usato genericamente -come “gente”- anche per rivolgersi ad un pubblico femminile.
Forse l’ha usato per apparire più autorevole.
Io personalmente penso che si sia finto guardia o poliziotto, che abbia usato quelle parole per “sgridare” le ragazzine, ad esempio accusandole di un comportamento pericoloso. Che le abbia così intimidite, e indotte a seguirlo.
Ma sono mie speculazioni personalissime.



Sono passati due anni senza che ci fosse alcuna novità.
Ad aprile di quest’anno, 2019, la polizia ha diffuso un nuovo identikit, piuttosto dissimile dal primo:

A quanto è stato detto, i due identikit sono stati fatti da due diversi testimoni; nell’immediatezza dei fatti l’attenzione della polizia si era diretta verso l’identikit più somigliante al soggetto filmato, ma passati invano due anni si era deciso di diffondere anche il primo.
“Un individuo tra i 20 e i 30 anni, il cui aspetto giovanile però potrebbe non corrispondere alla effettiva età del soggetto”.


In seguito alla diffusione del secondo disegno, il caso è balzato di nuovo in cima alle cronache locali e non solo, e si è tornato a parlare della vicenda, riaccendendo le segnalazioni di sedicenti testimoni -segnalazioni parecchio tardive, a dire il vero.

In questi due anni ci sono stati tre sospettati principali: due uomini con precedenti di reati sessuali, anche nei confronti di minori; e un prete che ha stuprato due donne e uccisa una terza -il tutto dentro un negozio di articoli religiosi. (E’ in attesa di sentenza definitiva e potrebbe ricevere la condanna alla pena capitale).



Una possibile svolta.

Notizia che sta circolando negli ultimi giorni.

Le notizie al momento sono queste: la polizia sospetta un uomo, Paul Etter, oggi 55 anni, che era già stato attenzionato all’epoca del duplice omicidio di Delphi, anche se non era mai stato indagato ufficialmente.

Quello che è trapelato fino ad ora:
lo scorso 22 giugno, alle quattro e mezza di notte, una giovane donna di 26 anni aveva fermato la propria auto lungo la strada, per via di una gomma bucata.
Etter si era fermato per proporle di salire con lui, ma la donna si era sentita molto a disagio, e aveva rifiutato.
Risalita sul proprio mezzo era riuscita a guidare fino all’abitazione di un suo amico, ma una volta scesa si era accorta che l’uomo l’aveva seguita fino a lì; è stata aggredita, ammanettata, caricata sul veicolo dell’assalitore, e portata alla fattoria di famiglia, senza che nessuno -nemmeno l’amico, che viveva nella casa adiacente al vialetto- si accorgesse di nulla.
La ragazza è stata tenuta prigioniera per 5 giorni, e ripetutamente stuprata.
Dopodichè Etter l’ha presa, e scaricata dove l’aveva rapita: cioè nel vialetto dell’amico di lei, accanto all’auto con la ruota bucata.

Ovviamente la ragazza è stata soccorsa, medicata, e ha denunciato tutto.
La polizia si è messa subito sulle sue tracce, ma Etter si è dato alla fuga, rubando un furgone per non farsi rintracciare; venendo comunque individuato e tenuto sotto tiro dagli agenti per 5 ore, rifiutando di arrendersi.
Il confronto è terminato quando Etter si è sparato due colpi, suicidandosi.




Per coincidenza, solo due giorni prima che Etter decidesse di rapire la donna, alcuni parenti delle due ragazzine uccise erano apparsi per la prima volta pubblicamente, esprimendo la propria determinazione nel voler rendere giustizia alle nipoti, e menzionando “novità investigative”.

https://fox59.com/2019/06/20/family-of-delphi-murder-victims-speak-out-for-first-time-since-release-of-new-evidence/

Lo sceriffo Tobe Leazenby ha dichiarato che nonostante la morte del sospettato, le indagini non si fermeranno.
Voci -non confermate- parlano di un qualche tipo di traccia lasciata sulla scena del duplice omicidio di due anni fa.
Attendiamo eventuali sviluppi.


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