I delitti della molletta da bucato.

Marina Ciampi aveva 53 anni.

Nonostante il nome -che a noi salta all’occhio come familiare- non ho trovato da nessuna parte che fosse italiana.
Probabilmente era naturalizzata francese.
Infatti viveva a Marsiglia, in Francia.

Era rimasta vedova tre anni prima: il marito era scomparso dopo una lunga malattia.

Marina aveva tre figli, tra i quali la figlia Chantal, con la quale si teneva in frequente contatto.





Un giorno Chantal si accorge che ormai da ore non riesce più a mettersi in contatto telefonico con la madre.

Ogni tentativo va a vuoto. Squilli, sms, e-mail.
La mattina, il pomeriggio.
Mamma avrà dimenticato il telefono a casa?
Forse l’ha con se, ma ha la suoneria abbassata?
Sarà malata?


Le ore passano. Chantal cerca di mantenere la calma, di andare al lavoro, fare la spesa… ma intanto, tra un’incombenza e l’altra, trova il modo di chiedere notizie a tutti i parenti e agli amici, per capire se qualcuno l’ha sentita dopo di lei. Nessuno.

Il giorno dopo va a casa della madre; suona, bussa: nessuna risposta.
La porta è chiusa, e dall’esterno non sembra esserci nulla di strano.

Chantal comincia a pensare che la madre possa essere andata via.
Ma senza dir nulla? Impossibile.
Allora forse ancora è dentro. Forse è scivolata, forse può essere svenuta, o comunque è impossibilitata ad aprirle la porta.

L’ultima volta che l’ha sentita era ieri, anzi no… l’altro ieri.
L’ansia si fa incontrollabile.
Finalmente Chantal chiama i pompieri.

Una veduta di Marsiglia.





Questi riescono ad accedere all’appartamento forzando la finestra della cucina: nonostante Marina Ciampi abiti al piano alto di un condominio, questo è del tipo cosiddetto “casa di ringhiera”: la porta d’entrata e alcune finestre si affacciano su un ballatoio nella facciata.



Ai soccorritori la cucina non appare particolarmente ordinata, ma in definitiva non sembra esserci nulla di strano.
I vigili del fuoco si spostano nella stanza successiva.

C’è silenzio, e non notano nulla fuori posto.
In salotto non c’è nessuno.
Fanno il giro di ogni stanza, chiamando, ma muovendosi molto cautamente.

A questo punto notano che -nonostante sia pieno giorno- una delle stanze è completamente buia.
E’ la camera da letto. Ha le persiane accuratamente chiuse.

E qui purtroppo, ancora prima di varcare la soglia, intravvedono un corpo sopra il letto.



Marina giace nuda. Supina.

La sua testa è completamente avvolta da un sacchetto di plastica del supermercato, il volto non è visibile.

Attorno al collo e al sacchetto, si notano molti giri del filo nero di un asciugacapelli.

Inoltre un polso è tagliato; sul pavimento al di sotto di esso si nota una discreta pozza di sangue.




La camera è abbastanza ordinata, ma abbandonata per terra c’è la biancheria intima della donna.


E sul letto, accanto al corpo, c’è un oggetto fuori posto: una molletta da bucato, come appoggiata deliberatamente, o caduta da non si sa dove.



La visione d’insieme è scioccante.


I pompieri impediscono alla figlia Chantal di entrare, per risparmiarle la scena orribile della propria madre ridotta in quel modo.

L’identificazione del cadavere verrà compiuta dal marito della ragazza.


La situazione scoperta dai soccorritori è ambigua: il polso tagliato fa pensare ad un suicidio.
Una donna sola in casa, vedova, forse si è voluta togliere la vita.

Pare che pochi giorni prima Marina avesse portato i suoi gioielli a valutare, perchè aveva qualche problema economico.
Forse questa necessità umiliante aveva fatto traboccare l’angoscia di una donna che non ce la faceva più ad andare avanti.

D’altra parte non ci sono biglietti di addio che possano far pensare ad una decisione disperata.

Un’aggressione?
Ma la casa è ordinata, non ci sono segni di infrazione, e la vita della signora è senza ombre.
Nessuno sembra avere dei motivi per volerla morta.

Una foto di Marina pubblicata su Le Parisien.




Se fosse un omicidio d’impeto, di rabbia, allora che significato avrebbe il sacchetto in testa, e il filo avvolto alla gola?
In un’accesso d’ira è più frequente strangolare a mani nude, stordire con un pugno o con un oggetto, prendere un coltello o delle forbici e agire la rabbia impulsivamente. Ma qui non sembra esserci nulla di tutto ciò.
Sembra una specie di rituale.


Purtroppo chi si occupa di criminologia ha a che fare anche con suicidi insoliti. Non si può escludere nulla, si deve indagare in entrambe le direzioni.

Può capitare che chi ha questo proposito -di farla finita- al momento decisivo non trovi più il coraggio, o senta troppo dolore, o abbia ripensamenti, e faccia tentativi di diversa natura, risultando in una somma di tecniche suicidiarie (ad esempio ingestione di pillole o alcol, più tagliarsi i polsi, più immergersi nella vasca colma).

Forse la signora sperava di perdere i sensi per l’emorragia, e per essere sicura di soffocare senza soffrire troppo e senza riprendere conoscenza, aveva stretto la plastica con la prima cosa che aveva trovato a portata di mano: il filo dell’asciugacapelli.



Nel dubbio se si tratti di un “triplo tentativo di suicidio” o invece di qualcos’altro, viene comunque chiamata la squadra omicidi, che prende in carico il caso.


L’appartamento viene perquisito da cima a fondo, e molto attentamente viene repertata una quantità enorme di oggetti e campioni da analizzare: più di un centinaio.

La squadra lavora scrupolosamente: ogni maniglia, interruttore, bicchiere, viene sottoposto alla rilevazione di impronte latenti e DNA.

Anche il sacchetto, il lungo cavo del phon e la molletta vengono pazientemente strofinati con decine e decine di quei lunghi cotton fioc appositi per raccogliere il DNA.



In attesa dei risultati di una mole così enorme di reperti da analizzare, il corpo viene sottoposto all’autopsia.

Si deve capire innanzitutto la causa della morte: dissanguamento, soffocamento, strangolamento? (Senza contare altre cause, tipo l’assunzione di medicinali in dosi letali). O una concausa di tutto questo?


I segni sul collo e lo stato del viso rivelano senza ombra di dubbio che la causa del decesso è stato lo strangolamento col cavo dell’asciugacapelli.
Cosa che è stata messa in atto con particolare forza e decisione.
E’ possibile auto-strangolarsi da soli, con quella forza, sdraiate a letto?


E il taglio sul polso: per profondità, posizione e direzione, sembra proprio non poter essere stato auto-inflitto.

Questa osservazione, assieme alla violenza col quale è stato stretto il cavo al collo, fanno sterzare decisamente l’indagine verso l’ipotesi di omicidio.




A quanto pare l’assassino, chiunque egli fosse, non solo voleva uccidere la povera donna, ma voleva farlo in un modo elaborato, violento, “multiplo”, e determinare la morte dopo un insolito preparativo, un processo piuttosto lungo.


Purtroppo già dopo due giorni dal momento della morte, a causa del processo di trasformazione cadaverica accelerato dalle alte temperature raggiunte dall’appartamento, non è stato possibile accertare senza ombra di dubbio se la vittima fosse stata violentata.

Tracce evidenti di stupro o penetrazione non ve ne sono, quindi pare possibile che la vittima non sia stata violentata, nonostante il corpo nudo in camera faccia pensare ad un delitto di natura sessuale.




Quasi in contemporanea all’autopsia si nota un particolare che inizialmente era passato inosservato: la borsa della donna è presente in casa, ma dal suo interno mancano soldi e documenti di identità.

Anche una scatola che verosimilmente avrebbe dovuto contenere gioielli era vuota.
Forse la signora ha sorpreso un ladro, che poi l’ha uccisa?

Ma la figlia Chantal spiega: probabilmente i gioielli li aveva venduti la madre stessa, visto che pensava di farlo già da tempo.
La banca conferma: c’è stato di recente un versamento sul conto, tutto sembra tornare dal punto di vista economico.
Nessun furto dunque? Però i documenti di identità dove sono finiti?
SI tratta di un souvenir preso dall’assassino?




Gli inquirenti, nonostante gli indizi, fanno ancora fatica a delineare quello che si trovano davanti: molto probabilmente un omicidio, ma compiuto da chi, e per quale motivo? E’ tutto molto insolito.

La pista di internet.


Si fa un’altra importante scoperta: manca il computer della vittima.
Ancora una volta, la cosa può essere letta come un furto, per rivenderlo e farci su qualche soldo.
Oppure no. Forse chi l’ha uccisa sapeva che sul pc c’erano tracce per lui compromettenti.
Un conoscente, quindi.
Si deve scandagliare la vita privata di Marina.

Per il momento, senza una cronologia del pc da analizzare, si scandagliano i tabulati telefonici.



Si parla con amici e familiari, si delinea un’autopsia psicologica della vittima.



Marina non era più una ragazzina, ma sentiva di avere ancora molta vita davanti.
E -abituata com’era a prendersi cura di una famiglia- non voleva passarla da sola, nella malinconia di una casa da single.

Forse lei minimizzava: forse non se la sentiva di lanciarsi in nuove conoscenze, per una questione di carattere e di pudore.
Ma le amiche e soprattutto la figlia la incoraggiavano: sei una bella donna, hai molto da dare in una relazione sentimentale, sei una persona seria e affidabile.

Proprio l’affezionata figlia Chantal la iscrive ad un sito di incontri online, le fa il profilo e le insegna come usarlo.



Marina è titubante, ma la distanza che lo schermo le permette di mettere tra se e gli interlocutori la incoraggia a fare qualche cauto tentativo, a prendere contatto con qualcuno di questi uomini single, che a quanto pare dicono di cercare proprio quello che cerca lei: un nuovo rapporto sentimentale.

E funziona: Marina incontra e frequenta con successo un uomo conosciuto sulla piattaforma di appuntamenti.

La cosa va avanti per qualche mese, ma poi tutto sembra perdere di prospettiva.

Tre mesi prima di morire, Marina lascia Jean-Michel, l’unico uomo che aveva incontrato e frequentato sul serio dopo la morte del marito.





Seguendo un’intuizione, gli inquirenti si fanno dare la password del profilo di Marina su Badoo: e qui possono leggere tutti i messaggi privati che gli iscritti le avevano inviato nelle ultime settimane.

Su tutti spicca un certo Clermont.
Un ragazzo di 28 anni che voleva incontrarla di persona.

Patrizia, un’amica della vittima, conferma che in effetti Marina gliene aveva parlato.



Marina si sentiva a disagio per la differenza di età, si vergognava ache solo a immaginare di creare un rapporto con un ragazzo che avrebbe potuto essere suo figlio.
Ma alla fine aveva accettato un incontro.
La data era fissata per cinque giorni prima di quella che poi sarebbe stata la sua morte.

Due giorni dopo aver accettato, però, aveva disdetto tutto.
Non se la sentiva proprio.

Gli inquirenti risalgono rapidamente all’identità di “Clermont”, che nega ogni coinvolgimento e fornisce un alibi, confermato da testimoni e celle telefoniche: il giorno del delitto il ragazzo si trovava a casa di un’amica, a 40 chilometri da Marsiglia.
Un buco nell’acqua.

Si torna ad esaminare la piattaforma d’incontri.
Questa volta tocca ad un altro utente che era entrato recentemente in chat con Marina.
Un altro uomo più giovane, che voleva assolutamente incontrarla.
Insisteva, e mandava messaggi “non molto eleganti”.

Le ha mandato anche foto di se stesso.
In divisa.
Si descriveva infatti come un poliziotto.

Una delle foto mandate alla vittima.

Inizialmente Marina si era mostrata ben disposta, ma di fronte all’insistenza e alla natura via via più oscena dei messaggi, si era presto tirata indietro.

Uno dei messaggi parlava di …metterle una busta di plastica in testa.


A questo punto la donna aveva deciso di chiudere la cosa, scrivendogli una piccola bugia per levarsi d’impaccio: “Ho ripreso a vedere Jean Michel, il mio ex: non me la sento più di incontrarci”, di fatto troncando la questione.

Questo messaggio era stato inviato proprio nel giorno in cui poi sarebbe stata uccisa.

Gli inquirenti sentono che questa volta hanno fatto bingo.

Marina e il poliziotto si sono sentiti telefonicamente, ma risalire all’identità di questi non è facile: quest’ultimo ha infatti preso precauzioni fuori della norma.

Ad esempio il numero di cellulare che ha dato a Marina è quello di una carta prepagata, e il numero è intestato ad una persona anonima, non legalmente registrata e rintracciabile.

E proprio da questo numero Marina è stata contattata prima di morire.
La sera del delitto, con un sms.

Dal giorno dopo, tra tutte le chiamate e i messaggi disperati di parenti e amici, quel numero è totalmente sparito.
Una coincidenza significativa.

Si incrociano tutti i dati disponibili, e risulta un particolare interessante: Marina quel giorno è stata contattata tre volte dallo stesso numero, a partire dalle 14:30 fino alla sera.
Nel mezzo, grazie alla localizzazione delle celle, esce fuori un altro numero, che non ha chiamato lei, ma altre persone.

E’ come se nel cellulare dal quale sono partite le chiamate verso Marina, subito dopo fosse stata inserita un’altra sim card: questa volta “normale”, non segreta. E’ una carta intestata ad una persona con nome e cognome noti.

L’incrocio dei dati, degli orari e delle celle rivela come il soggetto avesse sostato per ore nei dintorni del palazzo di Marina, in una sorta di agguato.
A volte si era allontanato, ma poi era più volte tornato.
Un vero assedio da predatore.

La sim card è intestata ad un certo Abdelkader Amrani, che non è proprio un poliziotto, ma invece riservista della guardia civile (non so tradurre questa qualifica dal francese con matematica certezza);
un 40 enne, con compagna e due figli piccoli.
Incensurato.
Totalmente sconosciuto ai registri della polizia, il suo DNA non è mai stato prelevato per alcun motivo. Al di sopra di ogni sospetto.

La guardia civile in un selfie con la compagna ufficiale e madre dei suoi figli.



Si provvede ad interrogarlo.

Invece che fargli domande precise e circostanziate, si procede a non dirgli nulla di quanto hanno raccolto su di lui, e semplicemente farlo parlare a ruota libera.
Dove si trovava quel giorno, e così via.
Tutto viene trascritto e registrato.

Dopodichè gli si chiede se conosceva la vittima. Se l’aveva contattata su Badoo, e telefonicamente.

Lui nega tutto, molto tranquillamente dichiara di non averla mai vista nè sentita, di non avere mai avuto il suo numero, e di non essere mai stato in quella zona, quel giorno.

Quando gli sbattono i tabulati sul tavolo, con le celle telefoniche del suo numero che lo collocano sotto casa della vittima all’ora del delitto, allora cambia versione.
Ammette di essere stato nei dintorni, ma solo per aver comprato delle cose in un negozio di ferramenta, e poi di aver incontrato dei colleghi (i quali però non gli reggeranno l’alibi).

Il suo DNA viene confrontato con quello trovato sotto le unghie della vittima, e coincide.

Allora Amrani ammette che sì, conosceva Marina ed è salito da lei.
Ma non l’ha uccisa.
Lei voleva avere un rapporto sessuale, ma lui non se la sentiva, e quando lei gli era praticamente saltata addosso (e in quel frangente il DNA di lui le sarebbe finito sotto le unghie) lui si era alzato ed era andato via di corsa.
Non sapeva cosa le fosse successo dopo.

Una storia patetica, e oltretutto insultante nei confronti della vittima.



Per validare un preciso movente si va a perquisire il suo ufficio e il suo armadietto alla guardia civile dove lavora.

Qui le cronache giornalistiche non scendono molto nei particolari, ma si parla di “un disordine insolito, e cose strane tipo “3 bottiglie piene di urina“. Conservate nell’armadietto del posto di lavoro.
Per un feticismo personale o per chissà quale altro utilizzo, non è dato sapere; ma finiscono dritte nel dossier che delinea la sua personalità particolare.



Nella sua scrivania, oltre a due telefoni cellulari e una chiavetta usb, trovano un pc portatile dove sono archiviate più di 40mila foto pornografiche.

Amrani


I colleghi, nonostante lavorino fianco a fianco con lui da anni, descrivono tutti una persona “chiusa, impermeabile a qualsiasi confidenza”: addirittura non sanno dove abiti, o cosa faccia nel tempo libero.
Non gli è mai scappato detto niente circa la sua vita al di fuori del lavoro.

Persino i suoi genitori e sua sorella non sanno praticamente nulla della sua compagna o dei suoi figli.
E’ come se vivesse a compartimenti stagni.

Probabilmente è una strategia precisa che gli serve a mantenere una facciata socialmente accettabile.

Perchè il suo vero interesse, a quanto pare, è coltivare fantasie sadiche, di morte.



Intanto dalla banca dati del DNA esce un altro riscontro.

Ben sei anni prima infatti, un’altra donna era stata trovata morta nel suo appartamento di Marsiglia.

Henriette Bernardi (un altro cognome italiano, forse una coincidenza, forse no: Amrani potrebbe essere stato interessato ai cognomi italiani per una sorta di vezzo: il suo cognome anagrammato diventa “Armani”), 68 anni, era stata ritrovata distesa sul pavimento di casa.
Non era stata nè stuprata nè derubata. Nessun segno di scasso.

Gli investigatori non erano mai riusciti a capire chi l’avesse voluta uccidere, nè il motivo. Era un caso irrisolto e inquietante.

I suoi leggins erano stati arrotolati e spinti a forza in bocca, poi fissati strettamente con una cintura, legata intorno alla testa.

Il naso tappato da una molletta da bucato.
La firma del killer.


Si ipotizza che Amrani l’avesse puntata da tempo, e che si fosse fatto aprire la porta con uno stratagemma, forte della sua divisa.


Come BTK, la sua perversione sessuale era veder morire soffocata una donna, secondo modalità elaborate e personali.

Come BTK non aveva un rapporto completo con la vittima, tuttavia gli omicidi erano di natura strettamente sessuale.

Come BTK -e molti altri- aveva una fascinazione per la divisa e per il ruolo del poliziotto.






Grazie alla perizia delle indagini e alla bravura degli inquirenti Abdelkader Amrani, un assassino seriale in fieri, ha smesso di uccidere donne innocenti, ed è stato condannato a 30 anni senza condizionale.



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A presto!

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