La strage del Ringraziamento.

28 novembre 1958: un giorno che in USA cade tra la Festa del Ringraziamento e i primi preparativi natalizi.

Gli Andrews quella sera dopo aver cenato si stavano rilassando in salotto, come in un giorno qualsiasi.

La famiglia era composta dal padre William (50 anni), la madre Opal (41 anni), la figlia maggiore Jeanne Marie di vent’anni, e il fratello diciottenne Lowell Lee, iscritto da poco all’università.

A dire il vero quella sera il ragazzo non sta nel salotto con gli altri, a guardare la tv o sfogliare un giornale.

E’ invece salito in camera dei suoi, e sta aprendo tutti i cassetti, buttandone il contenuto per terra.

Se sua madre lo vedesse gli urlerebbe “cosa fai, sei impazzito?!”.
Ma tanto non lo vedrà mai.

Lowell era definito da tutti “un ragazzo modello”.



Lowell sta simulando un furto.
Una volta messa bene a soqquadro la stanza, scenderà di sotto, a raggiungere la famiglia.

Probabilmente nessuno alzerà neppure lo sguardo, in un contesto così quotidiano e rilassato.
Nessuno dei tre si accorgerà che il loro figlio più piccolo, il fratello minore, sta imbracciando un fucile calibro 22; e che ha una pistola Luger infilata nella cintola.
Perlomeno non se ne accorgeranno fino al frastuono provocato dai primi colpi.

4 sparati alla madre, 3 alla sorella.
17 proiettili diretti al padre -che probabilmente ha fatto in tempo a realizzare quello che stava accadendo, per quando inaspettato e incredibile-ed è riuscito ad alzarsi dalla poltrona e a raggiungere la porta della cucina. Non è mai riuscito ad aprirla e fuggire, però.

Il suo figliolo era un po’ goffo, forse -ma era comunque più veloce di lui.

Lowell nella banda musicale.



Ora nel salotto borghese gli oggetti di tutti i giorni e la tappezzeria a fiorellini sembrano essere il set di un film dell’orrore; un film a brutti colori, come forse Lowell stesso non ne aveva mai visti.
Nell’arco di pochi minuti ogni cosa è schizzata di sangue, fluidi e materia cerebrale.

Ma il ragazzo non si scompone.
Si dà una ripulita.
Forse si occupa di chiudere in un’altra stanza il cagnolino di casa, un pechinese.
A lui non farà alcun male. Forse Lowell si definisce un amante degli animali. Dopotutto si è iscritto proprio alla facoltà di zoologia.

Il giovane controlla che papà, mamma, Jenny, siano tutti davvero morti- ed esce di casa.



Poi, protetto dal crepuscolo, va a gettare le armi nel fiume.

Quindi va a cercare nei soliti luoghi di ritrovo qualche suo compagno di università.
Chiacchiera allegramente con loro: vuole crearsi un alibi.
Allo stesso scopo dopo un po’ li saluta e se ne va al cinema, del quale conserva il biglietto.

Verso mezzanotte Lowell rientra a casa, e finge di scoprire il massacro della propria famiglia.


Quando il vice sceriffo arriva all’abitazione degli Andrews, trova il ragazzo tranquillamente seduto nel portico, che gioca col cagnolino.

Ed è proprio accarezzando la schiena dell’animale, quasi a rassicurarlo che va tutto bene, che gli indica laconico la porta della cucina.

Il vice sceriffo si dirige dove indica il ragazzo. Cerca di entrare, ma la cosa è difficile.
Dietro la porta infatti c’è la gamba del signor Andrews, morto proprio contro all’uscio, ad un passo, forse, dalla salvezza.



Nonostante il racconto di Lowell appaia in principio sensato, raramente un ragazzino che uccide i genitori ha messo nel sacco la polizia.

I sospetti cadono immediatamente su di lui: invece che consolarlo e proteggerlo, come lui si era immaginato, tutti lo riempiono di domande.

Dopo appena tre ore, sentendosi poco creduto, confessa ogni cosa al prete di famiglia, chiamato dagli inquirenti per fare breccia nel muro che sembra essersi creato.

Non avevo nessuna motivazione per ucciderli; ma non ho nessun rimorso per averlo fatto“.

I poliziotti cercano di capire cosa ci sia dentro la testa di quel ragazzo corpulento, all’apparenza mite.

Non sento nulla, punto.” taglia corto lui.





Nella successiva confessione ufficiale però affermerà di averlo fatto per soldi.
Voleva i 1800 dollari che il padre aveva da parte (che corrispondono a circa 14mila euro di oggi).

Lowell aiuta i sommozzatori della polizia a recuperare le armi del delitto.



Il movente puramente economico non ha mai convinto fino in fondo, perchè a quanto pare il padre non era per nulla severo, non faceva mancare nulla ai figli, e in casa regnava l’armonia.

Tra l’altro il signor Andrews è stato crivellato con ben 17 colpi, in un cosiddetto overkilling, un numero di spari ben superiore a quelli necessari per ucciderlo.

Per molto tempo si sono susseguite ipotesi e speculazioni, soprattutto nella tranquilla cittadina rurale teatro del fatto, tra chi conosceva la famiglia.

Qualcuno ipotizza che la sola aspettativa del padre nei confronti del figlio, vale a dire che questi un giorno gli succedesse nella gestione dell’azienda agricola che apparteneva loro, fosse abbastanza per far saltare la bomba.

Constatando la violenza gratuita, l’ingiustificabilità di uccidere padre, madre e sorella per una somma modesta, e soprattutto la totale assenza di rimorso, Lowell è stato condannato a morte.

Pare che prima dell’esecuzione abbia scontato quattro anni nello stesso braccio in cui erano reclusi gli assassini raccontati da Truman Capote in “A sangue freddo”, nel quale è anche lui menzionato (io però non ho letto il libro, nè visti i film).
Sembra anche che Lowell Andrews andasse molto d’accordo con uno dei due (Hickock), tanto da lasciargli tutti i suoi pochi averi dopo l’esecuzione. L’altro complice -Perry Smith- invece detestava Lowell.

La pena capitale è stata eseguita quattro giorni prima del quarto anniversario della strage, il 22 novembre 1962.
Lowell aveva 22 anni.

Poco prima di eseguire la condanna gli è stato chiesto se desiderava lasciare un’ultima dichiarazione.
No, non credo proprio“, ha risposto con un vago sorriso.



Lowell Lee Andrews è stato sepolto accanto alla famiglia che ha sterminato.

Le reali cause della strage rimangono tutt’oggi un mistero.



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A presto!

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