“L’assassino delle coppiette” tedesco.

Werner Boost (nome alla nascita: Werner Korecki) è conosciuto nei paesi germanofoni come “der Liebespaarmörder“, letteralmente “l’assassino delle coppiette”.

Fu arrestato proprio mentre era intento a spiare una coppia, appartata in auto in una zona rurale fuori città, ai margini di un boschetto.

immagine di repertorio





Nato il 6 maggio del 1928 a Düsseldorf , la madre naturale lo abbandonò poco dopo, in un orfanotrofio evangelico.

Conosciamo poco della sua infanzia.
Si ha notizia dell’adozione, anni dopo, da parte di una donna (probabilmente non sposata: viene riportato che Boost non conobbe mai un padre).

Qualche anno dopo la madre adottiva denunciò il ragazzo, perchè questi le aveva sottratto 300 marchi: il giovane Werner viene quindi trasferito in una struttura assistenziale per minori, simile ad una casa d’accoglienza.

Per quello che ho trovato online non viene mai scritto esplicitamente, ma ho l’impressione che Werner mostrasse già da ragazzo tratti del disturbo antisociale di personalità.

E’ facile immaginare che la madre adottiva lo avesse denunciato e allontanato per esasperazione, dopo una interminabile serie di raggiri, furti, litigate, punizioni inutili.

Werner Boost



A quanto leggo, Werner “non riusciva a comportarsi a modo” neanche nell’istituto: non poteva -o non voleva- seguire regolarmente le lezioni obbligatorie che gli avrebbero consentito di ottenere un diploma e quindi un sostentamento sicuro, una vita autonoma.

Il ragazzo probabilmente non capiva perchè sprecare tutto quel tempo, quell’impegno; nel miraggio di ottenere, forse -un giorno lontano- poche briciole, che gli sembravano nient’altro che mance miserabili.

Forse ha pensato che non ha senso faticare così- quando i soldi e il benessere sfilano sotto i suoi occhi, ma a disposizione esclusiva dei borghesi.
“Neanche i figli dei ricchi hanno mosso un dito per avere quello che hanno”, di dice, probabilmente.
“Non è colpa mia se sono nato orfano. Se i miei genitori non hanno voluto farmi ereditare un bel nulla. Magari sono ricchi, magari sono figlio della cameriera e di un ricco dottore. Magari mi sarebbe spettato ben altro, se non si fossero liberati di me”.
Werner decide che vuole riprendersi ciò che gli sarebbe spettato di diritto: rapidamente, e con gli interessi.

Ma per il momento -a parte piccoli furti da nulla- l’unico modo per sfuggire dalla rete sociale precostituita, nella quale si sente ingabbiato e condannato, è una sola: decide di arruolarsi nell’esercito.
Ha 16 anni, è il 1934.



Una volta scoppiata la seconda guerra mondiale, Werner viene catturato dagli Americani. Questo lo terrà al sicuro dalle bombe e dalle sparatorie del fronte: sano e salvo, per qualche anno.

Al termine del conflitto gli viene proposto un apprendistato per diventare panettiere, ma (come forse già immaginiamo) non lo terminerà mai.

Vivrà invece di lavori occasionali, e parteciperà a piani segreti per permettere la fuga a Ovest di cittadini della DDR, probabilmente dietro cospicui compensi in nero (sicuramente guadagnandosi qualche settimana di detenzione, una volta scoperto dal governo. Una detenzione che dura poco, ma che lo mette sotto l’attenzione dell’ intelligence.).

A 21 anni Werner è maggiorenne, e come spesso leggiamo in queste biografie di assassini, cerca di crearsi una facciata di rispettabilità: si sposa, e presto ha due bambine.

Vista la sua situazione lavorativa più che precaria, non può permettersi nulla di meglio che trasferire tutta la famiglia a vivere nella casa della madre di lui.

La moglie Hanna con una delle figlie, Brigitte, 3 anni e mezzo all’epoca.
Durante il processo testimoniò di essere stata spesso brutalmente picchiata dal marito.



In questo contesto di apparente, relativa tranquillità, Boost in realtà non abbandona mai le sue fantasie criminali, sulle quali non aveva mai smesso di rimuginare.
Anzi, tutt’altro. Fa il salto di qualità. Pianifica, e finalmente mette in atto.
Mette a punto il suo progetto di “delitto perfetto“.

Passano ben 10 anni prima che passi all’azione.

Per realizzare la sua idea fissa di appropriarsi dei beni altrui -possibilmente evitando di finire per l’ennesima volta in prigione- si avvale di uno “strumento”, come venne definito: Franz Lorbach, tre anni più giovane, probabilmente una personalità fragile, che si è prestata ai delitti perchè succube del carisma -e della violenza- di Boost.

Il progetto della “mente” è quella di prendere di mira le coppie appartate in auto, particolarmente indifese nell’atto.
Lontane da sguardi indiscreti (e da eventuali testimoni del delitto) per loro stessa scelta.
“Se la sono cercata”.

Werner Boost



Nell’arco di tre anni, con l’aiuto del complice, Werner Boost ha aggredito 6 persone, e al momento dell’arresto ne stava giusto adocchiando altre due.

Teatro principale dei suoi delitti: la città di Düsseldorf, che una trentina di anni prima era già stata protagonista degli atroci delitti di Peter Kürten.





Il primo bersaglio della sciagurata carriera omicida di Boost fu una coppia omosessuale, il 7 gennaio 1953.
Le vittime designate furono l’avvocato Bernd Servé, che si trovava in compagnia di Adolf Hüllencremer, un ragazzo di 18 anni, di professione muratore.

I due si erano appartati in auto, in una zona isolata lungo il fiume Reno.

(Boost è stato chiamato dalla stampa anche “il Cacciatore di esseri umani del Reno“, il fiume che taglia a metà l’Europa, e nasce a pochi chilometri da Milano.)





Non immaginando di essere osservati, i due amanti avevano cominciato a scambiarsi attenzioni.

Improvvisamente un uomo mascherato apre lo sportello e spara alla testa dell’avvocato, che muore praticamente sul colpo.
Quasi contemporaneamente, un altro uomo aggredisce il ragazzo.
Le giacche vengono rapidamente frugate, quindi i due fuggono dalla scena.

La vittima più giovane sanguina copiosamente dalla testa, ma la ferita è superficiale: Hüllencremer riesce a sopravvivere, anche se nessuna delle cose che potrà dire sarà determinante per le indagini.
Tutto è avvenuto troppo in fretta perchè potesse notare particolari, o capire il motivo di un’aggressione tanto brutale.


Il delitto destò molto scalpore a livello locale, proprio perchè per un furto di portafogli, la violenza e la gravità del delitto erano davvero spropositate.
Visto che gli aggressori erano mascherati, sarebbe bastato minacciare i due malcapitati con le pistole, farsi consegnare i soldi e gli orologi, ed eventualmente legarli, per ritardare l’allerta alla polizia.
In caso di cattura, il reato di rapina sarebbe molto meno grave rispetto ad un duplice omicidio.

Invece il furto sembrava essere quasi un pretesto, rischioso da mettere in atto tra l’altro, per via dei colpi esplosi, udibili a distanza.
Il delitto aveva più l’aria di un’esecuzione, forse per motivi personali- travestita da furto per depistare gli inquirenti.

Ma le indagini tra le conoscenze dell’avvocato, comprensibilmente complesse e difficili da sviscerare, non porteranno a nulla.

Ci penseranno i successivi delitti a far comprendere che la scelta delle vittime era assolutamente casuale.
Venivano scelte perchè erano appartate in quelle aree rurali, e perchè stavano avendo un rapporto sessuale.

Un agente ispeziona l’auto della vittima.

Passano ben due anni, nei quali nessun’altra coppia viene uccisa.

Fino a quando non giunge una strana segnalazione.
Un lunedì sera di inizio dicembre 1955, la Polizia viene chiamata ad estrarre una Ford blu dal fondo di una fossa piena d’acqua, vicino ad un cantiere.
Una zona isolata, fuori città, ai confini settentrionali di Düsseldorf.

Nessuno si aspettava che dentro l’auto ci fosse qualcuno, però.
All’interno dell’auto, due cadaveri gravemente decomposti, ancora sul sedile posteriore del veicolo.

Uccisi così rapidamente che anche dopo settimane sott’acqua era possibile capirlo: erano stati storditi mentre avevano si scambiavano effusioni.
Chiunque li avesse resi incoscienti, successivamente si era messo al posto di guida, e aveva condotto il veicolo fino al bordo della fossa allagata, spingendola infine sott’acqua.
(Un elemento che troviamo anche nel primo duplice omicidio dei Colonial Park Murders).
Si sospetta che i due fossero incoscienti, ma ancora vivi una volta immersi.
La causa della morte sarebbe quindi l’annegamento.

Verosimilmente il duplice omicidio si era verificato 4 settimane prima, nella notte tra il 31 ottobre e il primo novembre, come poi risulterà confermato dagli accertamenti.

Si trattava del 26enne Friedhelm Behre, panettiere; e della sua compagna 22enne Thea Kürmann.
Un particolare -poco significativo- ma che suscitò commozione durante il processo: se Boost avesse completato il corso professionale di panettiere, l’assassino e e il giovane Behre sarebbero stati colleghi, e forse le due giovani vittime non avrebbero avuto quella triste sorte.

Ancora una volta si pensa ad un movente passionale, una gelosia, un risentimento nei confronti della coppia.
Ma anche questa volta non emerge nulla di significativo dalle indagini.

Düsseldorf nel 1955.

Passa un altro anno.

E’ il 7 febbraio 1946 quando un giovane autista, Peter Falkenberg, di 27 anni, viene denunciato come scomparso, assieme alla propria auto.

Allo stesso tempo una signora segnala allarmata alla polizia che la figlia non è tornata a casa.
 Hildegard Wassing aveva 20 anni, e lavorava come segretaria.
Quella sera aveva detto alla madre che sarebbe uscita col suo fidanzato Peter.

Partono le ricerche, e il 9 febbraio l’auto viene ritrovata in una zona isolata, in località Büderich.
La frazione in questione è poco più che qualche casa, nella campagna a nord di Düsseldorf.



Le luci del veicolo sono ancora accese, ma all’interno non c’è nessuno.
Solo sangue.

Nonostante le zone circostanti vengano setacciate alla ricerca dei due ragazzi, i loro corpi verranno ritrovati solo dopo altre 24 ore, nascosti in un pagliaio abbandonato e mezzo distrutto da un incendio.
Anche i corpi mostrano segni di combustione.
Eppure nessuno ha notato l’incendio.

Dalle tracce di sangue nel veicolo, dai vestiti e dalle autopsie, sembra che i due siano stati aggrediti mentre si scambiavano effusioni in auto.

Dall’esame risulta che il ragazzo è stato ferito mortalmente alla testa da un proiettile di piccolo calibro.
In un articolo dello Spiegel ho letto che le comparazioni del proiettile avevano evidenziato che la pistola era la stessa che aveva ucciso l’avvocato anni prima.

La ragazza probabilmente è stata solo colpita con un oggetto contundente al capo, ma poi è morta mentre era incosciente, respirando i fumi dell’incendio.
Pare che le fosse stato iniettato del veleno per renderla incosciente. Forse era orta per l’effetto del cianuro.


A questo punto appare chiaro agli inquirenti che “un pervertito” preda e uccide le coppie appartate.

Si indaga nell’ambiente immediatamente circostante al luogo in cui i corpi sono stati nascosti.




Le attenzioni si dirigono verso Erich von der Leyen, un giovane commesso viaggiatore che tratta di articoli agricoli, e che abita proprio nei pressi del pagliaio nel quale furono rinvenuti i corpi.

Erich ha una cattiva reputazione nel villaggio di Büderich: è “uno strano”, e sembra che più volte abbia aggredito dei bambini con un forcone.

Il suo alibi per quella notte non può essere confermato da nessuno: dice di essere stato in casa, solo, e di non aver sentito o visto nulla di strano.

Viene controllata la contabilità di quel giorno, e sembrano emergere alcune irregolarità e incongruenze.

La sua Wolkswagen viene esaminata, e si trovano tracce di sangue.
Le analisi indicano che si tratta di sangue umano.
Si rinvengono macchie di sangue anche sui pantaloni del giovane, e nello specifico dei gruppi A e AB.
Von der Leyen possiede il sottogruppo A2.

Tuttavia le vittime degli omicidi dell’ “Assassino delle coppiette” avevano il gruppo B.

I pantaloni vengono sottoposti ad ulteriori analisi… nelle quali emerge che il sangue presenta tracce epiteliali. Questo significa che può trattarsi di sangue mestruale. Nello specifico, si legge nella nuova analisi ufficializzata la sera del 9 marzo, è sangue non umano: appartenente ad un cane.

In effetti von der Leyen aveva più volte spiegato che l’unico modo in cui quei pantaloni avrebbero potuto entrare in contatto con del sangue, sarebbe stato in auto, dove il bassotto della fidanzata aveva sporcato.
Ma non era stato creduto.




Con sommo imbarazzo vengono ripetuti tutti gli esami, e senza ombra di dubbio nessun sangue ritrovato su oggetti di proprietà del giovane potevano essere umani.
Il laboratorio dà la colpa alla ditta fornitrice dei reagenti, e von der Leyen viene liberato con tante scuse, dopo giorni passati in cella, torchiato senza remore per farlo confessare.

Se non fosse emersa quell’incongruenza del sangue, un innocente sarebbe stato sbattuto in galera per delitti che non aveva commesso.

Gli inquirenti a questo punto hanno messo in atto tutto quello che era in loro potere: sollecitato la stampa a pubblicare particolari sperando di indurre eventuali testimoni a fornire nuove informazioni, controllato tutti gli schedari dei condannati per delitti sessuali, tappezzato la città di Düsseldorf con 250mila cartelli: “Assassino in attività! 15mila marchi tedeschi di ricompensa!”

Fino all’aprile del 1956 erano giunti agli inquirenti 2263 testimonianze; erano stati verificati gli alibi di 602 persone; messe sotto indagine 22 persone; imboccate un sacco di piste promettenti- ma sempre invano.
Solo un puro caso ha potuto risolvere la vicenda.

https://www.flickr.com/photos/michaelsanderdu/6893961335/





La sera del 10 giugno (alcuni giornali riportano il 6) del 1956, una guardia forestale di 58 anni di nome Erich Spath si trova a controllare le zone boschive intorno alla frazione di Büderich, come prevede il suo turno.

Ad un certo punto l’uomo nota nella boscaglia “un giovane uomo acquattato nella penombra”.
Il ragazzo però non ha visto Spath. Sta girato dall’altra parte: sta spiando un’auto, al cui interno amoreggia una coppietta.

Veramente non li sta solo osservando: avanza lentamente verso la coppia, abbassato tra l’erba, e in mano tiene un revolver.

Il guardiaboschi Spath coglie immediatamente la gravità della situazione: punta il fucile e intima ad alta voce di alzare le mani e arrendersi; ma invece l’individuo fugge, gettando la pistola tra gli alberi- sperando probabilmente di non essere riconosciuto in volto, e che in caso di fermo lungo le strade principali non fosse possibile trovare nulla contro di lui, neanche se perquisito.

Ma per sua sfortuna viene individuato poco dopo, ai margini di una radura; arrestato prima di potersi mettere in auto e allontanarsi.

Portato alla stazione di polizia, verrà identificato come Werner Boost, meccanico 28enne di Düsseldorf.

A sua discolpa il fermato dirà di “essere un uomo sposato, di avere due figlie piccole, di non essere proprio il tipo che può andare in giro ad aggredire coppie”.

Ma dai registri emergono rapidamente una serie di reati minori piuttosto inquietanti a suo carico, tra i quali furti nei cimiteri e detenzione di armi non registrate.

In effetti Boost è il primo sospettato al quale corrispondono tutti gli elementi: puntava una coppia nella zona dei delitti, aveva una pistola di piccolo calibro, vantava un passato di piccoli reati, a casa sua teneva armi e un laboratorio artigianale per produrre cianuro.

I giornali fanno in fretta a trarre conclusioni: il 16 giugno la Bild titola a grandi caratteri “Catturato l’Assassino delle coppiette!”

Ma al Commissario che segue l’inchiesta servono prove certe.

Messo di fronte alla testimonianza della guardia forestale, Boost ammetterà di avere avuto il revolver e di essersi davvero avvicinato alla coppia arma in pugno, ma “solo per spaventarli“. Non per ucciderli.

Il motivo: “sono un moralista, detesto queste libertà sessuali“.
Invitato a chiarire, dichiarerà: “Questi orrori sessuali sono la maledizione della Germania“.

Una cartolina da Düsseldorf risalente proprio al 1956.





Durante le indagini, ricostruendo gli spostamenti di Boost all’interno del Paese, l’Hauptkommissar Mathias Eynk ricorda che 10 anni prima, nella zona di Helmstedt, più di 50 persone erano state trovate morte, probabilmente uccise mentre tentavano di superare il confine tra il territorio russo e quello britannico.

Esattamente in quel periodo Boost si trovava ad Helmstedt.
La sua attività principale era quella di fare da guida per chi voleva oltrepassare la frontiera.
Facile ipotizzare che Boost si facesse pagare per garantire un aiuto, e una volta giunti nel bosco uccidesse i suoi protetti, derubandoli ulteriormente.

Curiosamente, una volta che Boost aveva lasciato la zona e si era trasferito a Düsseldorf, gli omicidi erano cessati.

Si tratta solo di illazioni però. Ancora nessuna prova tangibile.
A questo ci pensa una persona, che si presenta spontaneamente.

Mentre interrogava Boost infatti, il Commissario Eynk riceve una richiesta di colloquio da parte di un uomo.

Si tratta di Franz Lorbach, “un uomo nervoso, con gli occhi lucidi”, ricorda.
Eynk aveva già letto il suo nome, all’interno di un diario scritto da Boost: “Sembra che Lorbach ne abbia di nuovo bisogno“, aveva annotato.
Il commissario ripensando a quelle parole, trovandosi davanti l’uomo in evidente stato di agitazione, aveva pensato che si trattasse di un tossicodipendente.

Invece Lorbach era lì per denunciare Boost.
“E’ un assassino sessuale. E’ ossessionato dalle coppie che si scambiano effusioni. Sembra odiarle.” aveva detto.

Lorbach racconta che dal 1952, quattro anni prima, lui e Boost hanno pattugliato le campagne intorno a Büderich, cercando le coppiette.
Quando ne trovavano una intenta a fare sesso, uscivano fuori, la minacciavano e la derubavano.
Nessuna coppia aveva mai denunciato il fatto alla polizia. Probabilmente le cifre rapinate erano piccole, e forse le coppie clandestine.

Si ha notizia certa solo di un fallito attacco, nella stessa zona dell’ultimo delitto: una coppia si era accorta in tempo dell’avvicinarsi di un uomo armato, e le urla della ragazza avevano attirato l’attenzione di passanti in una strada vicina, facendo sfumare fortunatamente l’attacco.

I due complici comunque si erano via via sentiti sempre più sicuri, ed erano passati a sperimentare droghe e gas da somministrare alle vittime, per disporre di loro liberamente, senza resistenza o problemi di sorta.
In particolare disporre del soggetto femminile, che stupravano a turno, incosciente o morente sotto gli effetti del cianuro.

Secondo la versione di Lorbach, il primo omicidio era stato un errore: pensavano che le persone in auto fossero un uomo e una donna.

Una volta sparato all’avvocato, Boost gli aveva urlato di uccidere il ragazzo, ma Lorbach non se l’era sentita, e si era limitato a colpire il giovane col calcio della pistola, facendolo sanguinare -ma senza ucciderlo.
Gi aveva anche sussurrato di fingersi morto per avere salva la vita, cosa che aveva funzionato.

Ogni nuovo attacco metteva Lorbach in agitazione, e nonostante avesse cercato di sottrarsi alla dinamica, non ci era mai riuscito.
Userà il termine “ipnosi”.
Per questo appena aveva avuto notizia dell’arresto del compare era corso a raccontare tutto: voleva finirla, non gli importava delle conseguenze legali.
La sua paura più grande era che Boost fosse rilasciato.

Le indagini che seguirono trovarono conferma di quanto detto dall’uomo.
Nella cantina di Boost fu trovato un piccolo laboratorio nel quale si riempivano “palloni giocattolo” con gas di cianuro: a quanto pare venivano usati per riempire di gas le auto delle vittime, e stordirle. O forse avvelenarle al punto che non avrebbero potuto sopravvivere.

Lorbach conosceva quei dettagli che ogni inquirente tiene per se, senza che siano divulgati alla stampa. Può conoscerli solo l’assassino.

Secondo alcune fonti sarebbe stato lui a rendere possibile la comparazione dei proiettili col primo delitto.

L’epiteto “assassino delle coppiette” rimase per decenni nell’immaginario comune.







Il 3 novembre 1959 nella sala L 111 del tribunale penale di Düsseldorf comincia uno dei più spettacolari processi nella storia della Repubblica Federale Tedesca: quello contro l’ignoto a lungo cercato, ribattezzato in mancanza d’altro l”Assassino delle coppiette”, un personaggio che sembrava uscito da un romanzo gotico, un fantasma- ma che ora è sotto gli occhi di tutti.
E non si tratta di nient’altro che di un giovane magrolino e banale.
Al momento del processo Boost aveva ancora solo 31 anni.



L’ “Uomo con la maschera di pietra”, come titolano i giornali della Ruhr.

Infatti Boost inizialmente cerca di coprirsi il viso dai fotografi, ma presto appare più rilassato, anzi noncurante. Impassibile.

Boost si professa innocente, e nei 17 giorni di processo ad ogni accusa e contestazione risponde impassibile “non è vero”, “non ho fatto niente”, “non ho ucciso nessuno” -senza peraltro fornire alibi o giustificazioni.

Dirà solo di essersi arreso al guardiaboschi (beh, dopo essere prima fuggito, a dire il vero..) senza opporre resistenza, proprio perchè non aveva nulla da temere.
E siccome non avrebbe fatto nulla di male, ha ufficialmente sfidato in aula gli inquirenti a provare il contrario.

Ma nonostante la sua irremovibilità e ostinazione a negare tutto, la testimonianza del complice -assieme ad una quantità impressionante di oggetti incriminanti raccolti nel suo laboratorio- gli sono fatali.

Il complice Lorbach fu condannato a 6 anni di detenzione, anche in virtù della sua confessione e collaborazione.

Boost è stato condannato all’ergastolo, e mi risulta essere ancora vivo- in libertà tra l’altro, dopo aver scontato solo 34 anni di carcere (a quanto pare ha pesato sulla leggerezza della pena il fatto che solo un omicidio fosse a lui attribuibile senza ombra di dubbio, mentre gli altri sono rimasti in un ambito più indiziario).
E’ stato rilasciato nel luglio del 1990, e oggi è un uomo libero.

Nell’ottobre del 2003 Boost ha accettato di incontrare il criminologo Stephan Harbort, suo concittadino, e gli ha concesso un’intervista.
Sulla vicenda Harbort ha scritto un libro.


Se hai trovato questo articolo interessante condividilo,
o metti un like su Facebook!
Al raggiungimento di 80 like o condivisioni
verrà pubblicato un nuovo post.
A presto!

Forse ti interessa anche...
*Antefatto*Era l'aprile del 2018 quando venne identificato e catturato il GSK, ovvero "il peggior criminale
Quando un minore scompare, la preoccupazione e l'ansia sono letteralmente intollerabili. Le ricerche sono disperate;
Delphi, Indiana. Una cittadina poco popolosa, nella quale tutti più o meno si conoscono; un
Due ragazzi: 25 anni lui, 24 lei. Lui impiegato in un giornale locale, lei bibliotecaria.Innamorati,
La sensitiva Sylvia Browne in diretta tv rivelò alla madre di una ragazza (scomparsa l'anno

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *