Fritz Honka, “il Mostro di St.Pauli”.

Grazie al film uscito nel 2019, il signor Honka è da poco conosciuto anche in Italia.

(Volevo mettere il trailer in italiano, ma è davvero troppo brutto. Quindi ecco la versione tedesca, dalla quale paradossalmente la trama si capisce di più -anche senza sapere la lingua:)




Il regista è di origine turca, ma è nato e cresciuto nello stesso quartiere del killer; ha scritto la sceneggiatura sulla base dell’omonimo libro, best-seller in Germania (qui un’intervista all’autore -è quello che arriva in ritardo-, svoltasi proprio nel bar che dà il nome a libro e film).

La copertina del libro, e dell’audiolibro.

Chiaramente un film non è un documentario.
Non ha il dovere di rappresentare tutto.
E certo destreggiarsi tra la quantità di particolari di questa storia, che si dipana nell’arco di anni, non era impresa facile per un film di un’ora e mezza.

Protagonista della pellicola è il giovane attore Jonas Dassler, reso francamente irriconoscibile dal trucco -e dalla bravura dell’interpretazione.

Dassler al naturale / truccato da Fritz Honka

Nel complesso, la pellicola è stata premiata al Festival del Cinema di Berlino, ma ha ricevuto anche dure critiche circa la gratuità delle scene ripugnanti; si è parlato di “voyeurismo” e di “pornografia della violenza”.

E’ innegabile un approccio quasi “ludico” che io personalmente non ho apprezzato.
Soprattutto la scelta di rappresentare Honka come “brutto, sporco e cattivo” la trovo in fondo poco azzeccata, proprio perchè a quanto pare si trattava di un ometto dall’apparenza magari particolare, ma assolutamente rispettabile- soprattuto quando vestiva l’uniforme.



Va anche detto che la vicenda è così nota in Germania che ne sono state scritte canzoni, dipinti quadri, e persino una pièce teatrale- aggiungendo progressivamente un sapore pulp alla nuda vicenda di cronaca.

Quindi non è stato certo il film ad aver iniziato a “trasformare” il personaggio, ma più probabilmente si tratta di un processo naturale (necessario?) cominciato molto prima, un percorso del quale l’uomo comune ha bisogno, per poter essere in grado di metabolizzare e digerire tanto orrore.




Però le discrepanze tra il film e la vera storia sono tante, e a volte grosse- in primis la psicologia del protagonista.

Così ho pensato che a qualcuno potesse interessare un approfondimento.
Soprattutto è un peccato che nel film non si sia neppure accennato al passato di Honka.

Una premessa tutta italiana: il titolo originale del libro e del film è “Der goldene Handschuh” (“Il Guanto d’Oro”), che è anche il nome della Kneipe frequentata da Honka.
(Come è orgogliosamente (?!) dichiarato nella nuova insegna, aggiunta tatticamente sopra la porta.)

Il nome del pub, (situato nel cuore del “quartiere a luci rosse” di Amburgo) deriva dal fatto che il proprietario, durante la sua carriera da pugile, aveva vinto “i guanti d’oro”.



A dire il vero, come tutti gli alcolizzati, il nostro assassino frequentava spesso anche altri due locali: l’ “Elbschlosskeller” e l’ “Hong-Kong”, nei quali era conosciuto come uno “Stammkunde”, un cliente abituale.

Il proprietario posa di fronte al noto pub, uno di quelli frequentati da Honka, al quale è stato intitolato anche un (altro) libro.



In Italia il film è stato però ribattezzato “Il Mostro di St.Pauli“- nome che richiama molto (troppo, secondo me) il soprannome dato ad un altro assassino tedesco, probabilmente molto più famoso di Honka: Werner Pinzner, detto “der St.Pauli Killer“.

Werner Pinzner è quello a destra.

Honka invece è passato alla cronaca come “Der Frauenmörder von Altona”, ovvero l’assassino di donne del quartiere di àltona.

Come una donna gli sorride, lui l’ammazza“, titolavano i giornali, sottolineando la facilità e la gratuità con cui uccideva.

Fu definito anche Kiezmörder, un “assassino di quartiere”: un mostro sì, ma “domestico”, comune- come il tabaccaio all’angolo, il barbiere che incroci tutti i giorni, il benzinaio solito.

Facce conosciute …e sconosciute, allo stesso tempo- alle quali non fai mai caso.
Invisibili- proprio perchè sempre sotto gli occhi.

La Reeperbahn, lo stradone che attraversa il cosiddetto “quartiere a luci rosse” St.Pauli, fotografato qualche decina di anni fa.

Quando Honka usciva per andare a bersi un goccetto -timido, ordinario- non finiva molto distante da casa: ed erano sempre gli stessi posti, nei quali nessuno si stupiva di vederlo.

I personaggi che popolano il bar del film sono di pura immaginazione, come anche molti degli avvenimenti mostrati.

La cosa più realistica della pellicola probabilmente è l’appartamento del protagonista- bambole e foto pornografiche comprese.



L’altro tipo di bambola invece nel film non si è visto.
Questa è una foto scattata dalla polizia; il reperto ha fatto sorgere dei dubbi circa la possibilità di atti necrofili sulle vittime.



Va detto però che nel film si è un bel po’ calcata la mano su sporcizia e degrado.

Nella realtà l’appartamento era certamente arredato in maniera “particolare” e non brillava di sicuro per buon gusto e lindore, ma nelle parti non colpite dall’incendio (fumo, cenere, l’effetto degli idranti), la casa non sembrava versare in quel degrado che si intuisce dal film.

Certo, odore di cadavere a parte.
Quello i testimoni se lo ricordano bene.

uno scorcio dell’appartamento non colpito dalle fiamme.




Ma soprattutto, al contrario di come viene rappresentato nel film, Honka non si aggirava certo strascicando i piedi, sporco e unto, urlando, o sbavando sulle ragazzine.

Al contrario: appariva del tutto “gentile, amichevole, innocuo”, come lo descrive chi l’ha conosciuto- e non risulta che abbia mai manifestato alcun interesse verso le ragazze giovani.

Colleghi, baristi, avventori, tutti concordano: era un ometto dall’apparenza seria e mite, sicuramente timido.

“Teneva lo sguardo basso, e salutava solo se per primi gli si rivolgeva il saluto. Per il resto parlava poco.”

Fritz si vergognava per l’occhio strabico che aveva dalla nascita, e per il difetto di pronuncia che lo affliggeva, a causa degli incisivi rotti.

Era stato sbeffeggiato davvero troppe volte nella vita per conservare ancora una sana autostima.

Honka durante il processo. Anche in aula è sempre apparso composto ed educato, anche se la sua difesa ha puntato sull’infermità mentale (e quindi gli sarebbe tornato molto utile apparire “poco centrato”)


Questa facciata di mitezza e rispettabilità però nascondeva altro.
Tanto appariva dimesso e remissivo tra la gente, altrettanto aggressivo diventava quando beveva forte, nell’ambito privato: soprattutto con le donne che salivano nel suo appartamento.

Il problema era proprio riuscire ad accorgersene in tempo.
Perchè “alto solo 1,68, magrolino”, non preoccupava di certo nessuno, in una città (“il più grande porto del Mare del Nord”), densamente popolata da prestanti marinai di ogni nazionalità, e delinquenti di un certo calibro.

Lui invece non dava affatto nell’occhio. Anzi, forse a certi (certe?) faceva anche tenerezza.
Conosceva una donna al bancone del bar, e le offriva da bere, educatamente.
Spesso faceva arrivare al tavolo della signora il bicchiere pagato, e chiedeva al barista di non rivelare chi lo avesse mandato. Si presentava alla donna in questione solo in un secondo momento.
In questo modo è riuscito a conquistare sufficiente fiducia da intrecciare diverse relazioni -compreso un matrimonio e un figio- convivenze più o meno affettive; e dove non arrivavano i sentimenti, si risolveva pagando per il sesso mercenario.

Sicuramente tutte le sue vittime erano prostitute: a tempo pieno (in Germania è legale) o occasionalmente, in parallelo ad attività ufficiali -come la prima vittima, che era parrucchiera- o la seconda, che era casalinga.

Tutte erano più anziane di lui. Probabilmente le preferiva lui così, o forse erano quelle che costavano meno. Le più indifese, insomma.
Secondo le perizie, Honka cercava una figura materna, e al tempo stesso la odiava.

Niente “superkiller” quindi,: niente quoziente intellettivo sopra la media, o raffinate strategie.
Eppure è andato avanti ad uccidere indisturbato per 5 anni, senza che nessuno sospettasse neppure che ci fosse un assassino in città.

Nessuno notava la scomparsa di queste donne, che pure in un paio di casi avevano bevuto assieme a lui, di fronte a decine di testimoni, prima di scomparire per sempre.

Le stesse facce, gli stessi posti.
Qualcuno sparisce, ma te ne rendi conto solo dopo mesi.
Quando ormai non ha senso chiedersi il perchè.






Come già detto, la narrazione del film si incentra molto su un bar malfamato: un posto nel quale trovare alcolizzati, donne disperate, uomini piegati nel fisico e nello spirito; ma non si racconta nulla circa il loro passato.

Magari invece erano reduci da un’infanzia di disperazione.
Ad esempio, forse da bambini avevano subito l’internamento in un “campo di concentramento nazista per minori“.

Come era stato per Fritz.




***




La famiglia Honka viveva a Lipsia, in Seeburgstrasse 90 -un dignitoso quartiere di lavoratori, tutto sommato non troppo in periferia.


Nella famiglia Honka, su dieci figli, tre bambine morirono poco dopo la nascita.

Fritz, terzogenito, nato il  31 luglio 1935, fu chiamato con lo stesso nome del padre- che era un fuochista, e di carattere abbastanza irascibile e dal bicchiere facile.

Durante gli anni del nazismo entrambi i Fritz -padre e figlio- (ma anche altri fratelli) furono internati in due diversi campi di concentramento.

Il padre non aveva mai nascosto di essere un comunista entusiasta, nonostante il regime in vigore in quegli anni; e per questo venne internato, così come i figli.

Entrambi furono liberati anni dopo, dai russi, alla fine del conflitto.
Non ho trovato molti particolari circa quel periodo.
Tristemente -e significativamente- non esistono foto dell’infanzia del piccolo Fritz.

Elsa e Fritz Senior, i genitori.



Ad ogni modo, com’è facile immaginare, il “ritorno alla vita” dopo la prigionia non è stato facile per nessuno dei due.
Il padre è morto dopo meno di un anno dalla liberazione, a causa dell’alcolismo.
Sulla stessa strada il ragazzo, che non riuscì mai più a reintegrarsi a scuola.

Fritz in questo periodo turbolento della sua vita ha sempre cercato di restare vicino alla madre, che lavorava come donna delle pulizie;
la quale però, dopo esser rimasta vedova, si è ritrovata a dover dare molti dei figli in affidamento ad un istituto.
Fritz ne cambierà diversi, e non rivedrà mai più la madre alla quale teneva tanto.

La madre.



Il ragazzo comincia un apprendistato da muratore, ma dopo meno di un anno deve abbandonare tutto a causa di una brutta allergia da cemento, che gli impedisce di portare a termine la scuola di formazione e conseguire un certificato, minando la sua carriera lavorativa.

Nel 1951 fugge a Ovest, in un piccolo villaggio, dove sopravvive lavorando di straforo nei cantieri.
Lì ha una relazione con una donna di nome Margot, dalla quale nasce un figlio, Heinrich- ma il rapporto dura poco, e improvvisamente Fritz si ritrova a dover pagare un’ingente somma per gli alimenti del bambino: 3mila marchi (all’epoca era il costo di un’auto nuova).

Più tardi il giovane capirà di essere stato truffato dalla donna: il bambino non era suo.




In paese Fritz viene soprannominato da tutti “Fritz Bollmann”, una figura realmente esistita, ma passata alla storia in Brandeburgo come il prototipo del buffone involontario, dello “scemo del villaggio”.
(Il vero Bollmann era un barbiere alcolizzato che veniva preso in giro persino dai bambini, e senza rendersene del tutto conto).





Dopo pochi anni, nel 1956, Fritz si trasferisce ad Amburgo, dove farà diversi lavori: prima in un impianto idrico, poi al porto.

Nonostante abbia lavorato in questi posti per pochi mesi consecutivi, i colleghi lo ricordano ancora oggi: soprattutto come una persona dimessa, “nato con le carte sbagliate“; ma che non avrebbero mai immaginato potesse compiere cose come quelle che poi hanno appreso dai giornali.

Lo smistamento dei container nel porto di Amburgo



Ad Amburgo Honka conosce una ragazza di nome Inge, e nel giro di poco si sposano e hanno un figlio, che chiama a sua volta Fritz.
La relazione però è turbolenta: la moglie è gravemente alcolizzata, e Fritz la segue.

Vanno avanti tre anni, tra pesanti litigi e riappacificazioni: addirittura si separeranno ufficialmente, per poi poco dopo risposarsi e tornare a vivere assieme, in una spirale di co-dipendenza e degrado, fino a perdere la casa per via delle difficoltà economiche.
In breve finirà anche il matrimonio, questa volta definitivamente.

Un giovane Fritz Honka, con la moglie.



Probabilmente a causa dell’alcolismo, Fritz ha un brutto incidente stradale: sbatte il viso, e si rompe il naso e i denti incisivi, rendendogli impossibile pronunciare correttamente la sillaba “sch” (frequentissima nella lingua tedesca). Per questo motivo diventerà ulteriormente timido e schivo.




In quegli anni convive con un’altra donna, Irmgard Albrecht, che si autodefiniva lesbica; la convivenza andrà avanti fino a quando questa inviterà un’amica a casa- ma nel corso della serata Honka pretenderà di fare sesso a tre, e le cose prenderanno una brutta piega.

Un articolo dell’epoca che indaga il rapporto tra Honka e le donne che lo hanno frequentato -intervistando quelle che possono ancora raccontarlo-

L’amica verrà ritrovata in strada, viva ma coperta di lividi, e denuncerà l’uomo per aggressione.
Al momento dell’arresto Honka aveva un tasso alcolico nel sangue elevatissimo.

Credo che questa sia la donna che ha denunciato Honka per le percosse.



Fritz, rimasto di nuovo solo, all’inizio degli anni ’70 troverà un impiego come guardiano notturno nei palazzi della Shell, nella parte nord di Amburgo; e andrà a vivere da solo, in una mansarda vicino alla stazione dei treni.

Al numero 74 è ancora visibile la palazzina.
La “mansarda degli orrori” di Honka sembra essere tutt’oggi abitata.





Il nuovo lavoro di guardiano notturno gli permette di avverare un suo piccolo sogno: quello di indossare una divisa.

La portava volentieri anche dopo l’orario del suo turno, tanto che alcuni dei suoi conoscenti da bar, non riconoscendo la natura dell’uniforme, erano convinti che fosse diventato un capotreno, o qualcosa di simile.



Se non la indossava, vestiva spesso di nero; e assumeva pose autoritarie, in netto contrasto col suo carattere di solito mite e inoffensivo.
In divisa, o pseudo tale, pretendeva di farsi chiamare “Generale“.

Queste manie di grandezza erano probabilmente una compensazione per la sua frustrazione, così come una certa ossessione per l’ordine e la pulizia (sia pratica, che morale), che a dire il vero appariva in stridente disaccordo con la vita che conduceva, tra alcol, prostitute e pornografia.



In questi anni i vicini testimonieranno un certo via vai nella mansarda di Honka: salgono spesso donne diverse, e altrettanto spesso si sentono liti e urla; alcune “amiche” si fermano poche ore, altre per giorni.
Si tratta perlopiù di donne allo sbando, che con Fritz condividono la dipendenza da alcool e droghe.




Sempre in quegli anni Honka verrà anche più volte arrestato, in seguito a piccoli furti. Probabilmente il suo stipendio non bastava a coprire il bisogno quotidiano di alcol e prostitute.

Come abbiamo già notato, il contrasto tra un vigilante (che previene i furti) e un ladro è abbastanza stridente, eppure in Honka convivevano entrambi.

vittime di Fritz Honka
Le vittime accertate.


La prima vittima, Gertraud Bräuer (42 anni) era una parrucchiera e prostituta che Honka aveva conosciuto tramite un’amica, secondo alcune fonti, e al Goldene Handschuh secondo altre. Possono essere vere entrambe le versioni.

Gertraud aveva provato per un certo periodo a cambiare vita, ma di recente era tornata a frequentare i bar del quartiere a luci rosse.

Tra le sue cose fu trovata una lunga lettera, indirizzata alle persone a lei più vicine- o meglio, che un tempo le erano vicine.
Scriveva loro che questa volta davvero voleva voltar pagina, migliorare.
Ma non ha mai fatto in tempo a spedirla.



Dopo l’omicidio, avvenuto nel 1971, il corpo è stato depezzato e gettato in un vicino cortile, nel recinto di una piccola fabbrica, dove venivano bruciati degli scarti.
Alcune parti erano nascoste sotto rottami metallici.


Va sottolineato che oltre a testa, mani, piedi, braccia, e una gamba (il tutto accuratamente impacchettato singolarmente, in carta di giornale), furono ritrovati i seni… ma non il busto.

Quello era stato conservato, nascosto all’interno dell’appartamento di Honka -e ritrovato solo dopo anni.

La mansarda di Honka dista circa 300 metri dalla fabbrica.

Fritz Honka's victims
Fritz Honka's victims
Oggi pare stiano costruendo sullo stesso lotto
Fritz Honka's victims
Fritz Honka's victims
Fritz Honka's victims
I resti erano parzialmente mummificati, probabilmente in precedenza erano rimasti per un certo periodo in casa di Honka.

Di questa prima vittima ci sono più particolari e foto rispetto alle altre, perchè fu l’unica ad essere ritrovata anni prima dell’incendio, e non essendo stata identificata per anni, ci si è chiesti a lungo chi potesse essere.

I profiler avevano ipotizzato che fosse caduta vittima di un “individuo sociopatico dalla sessualità perversa, il quale sarebbe tornato a colpire“; ma dopo quel primo caso non sono mai state trovate altre parti di corpo nella città, e nessuna donna era stata segnalata come scomparsa (nemmeno quella in questione, a dire il vero).

Solo in seguito si potè fare una comparazione tra i resti e i documenti trovati in casa di Honka.

Metto le foto piccole, perchè sono impressionanti.

Fritz Honka's victims
Fritz Honka's victims



La seconda sfortunata la conobbe sicuramente al “Guanto d’Oro”: Anna Beuschel (54 anni), casalinga che si prostituiva occasionalmente.
E’ stata strangolata, e il suo corpo nascosto nella mansarda.
Dal primo omicidio erano passati 3 anni.

Frieda Roblick (57), prostituta, fu uccisa qualche mese dopo, col pretesto di una lite sul pagamento della prestazione.

Ruth Schult (52), l’anno successivo. Anche lei era una cliente fissa del pub frequentato da Honka.
Tramortita con una bottigliata in testa, e poi strangolata.
Il suo corpo è stato fatto a pezzi, e nel dettaglio: “gambe, seni, orecchie, naso e lingua”.

la sega usata da Fritz Honka.
la sega usata da Honka.



Non sono stati diffusi moltissimi particolari, ma mi pare di capire che tutte fossero state uccise tramite strangolamento, e che nella casa (in nicchie e pertugi tra l’appartamento e il sottotetto) fossero conservate parti di corpi, in due casi corpi interi, appartenenti a ciascuna vittima.
In una fonte si parla di “mutilazioni sessuali” non meglio specificate.



Quando fu chiesto a Honka perchè stipasse cadaveri in casa, nonostante l’odore, lui rispose che semplicemente liberarsene in altro modo era “troppo faticoso”.
Che a portarli fuori cadeva e inciampava giù per le scale.

(Sicuramente sarà stato spesso ubriaco, ma non sembra una spiegazione pienamente convincente. Facile pensare che invece volesse tenerli vicini.
Amburgo è un porto e sarebbe bastato buttare le piccole parti che tagliava nel fiume, per vederle probabilmente sparire per sempre).

I 4 numeri indicano la posizione dell’occultamento dei corpi (“Leiche”) o di parti di essi.
Credo che il WC si trovasse sul pianerottolo, fuori dalla porta dell’appartamento.
Pertanto le scene del film nelle quali parti smembrate vengono nascoste in casa, non sembrano corrispondere a verità: solo un corpo intero fu celato nel muro della sala.
Le altre parti smembrate erano nel sottotetto, fuori dall’ambiente abitativo.



Secondo le perizie psicologiche, Honka ricercava un ideale di donna pulita, ordinata, materna, più anziana di lui- salvo poi non riuscire a superare il gap tra il suo bisogno di sesso e questa immagine ideale.

E a pagare le conseguenze di questo disagio erano delle sfortunate signore, conosciute in un ambito di dipendenza e difficoltà sociale, incapaci di difendersi sia fisicamente che psicologicamente, che mai nessuno segnalò come scomparse: non un figlio, non un’amica, nemmeno un padrone di casa per riscuotere un affitto.
Uno dei tre locali frequentati dalle vittime e dall’omicida, ad esempio, funge anche da albergo ad ore, e alcune delle clienti erano prostitute senza fissa dimora, che presumibilmente dormivano su un letto solo se qualche cliente le portava di sopra e lasciava loro la camera un po’ più a lungo.

Questo e altri fotogrammi sono tratti da un bel documentario disponibile su Vimeo:
JUSTICE – Die Justizreportage mit Richterin Julia Scherf
Der Frauenmörder – keine Gnade für Fritz Honka?
Ein Film von Andreas Kuno Richter
im Auftrag von EIKON Nord
11. Februar 2019, 
00:30, RTL



Con queste donne emarginate Honka si ergeva a “Signore sopra la Vita e la Morte”, si legge nelle perizie, riservandosi il diritto di uccidere l’oggetto della sua ossessione e della sua frustrazione.




Ci pensa il caso a strappare il velo di normalità dal volto di questo ometto malmesso:
il 17 luglio del ’75 scoppia un incendio all’ultimo piano della palazzina.


A differenza del film (che attribuisce l’incendio ad una famiglia di immigrati che avevano dimenticato una pentola sul fuoco), nella realtà l’incendio fu appiccato da un marinaio norvegese, residente al piano di sotto, che si era addormentato con la sigaretta accesa (alcuni riportano “una candela”, perchè non aveva pagato la bolletta della luce).

Tuttavia dava davvero la colpa dello strano odore agli “immigrati greci che cucinavano ogni tipo di piatto”; e cospargeva la casa di pastiglie di deodoranti per ambienti.

Ad ogni modo, quello innescato quella notte è stato un incendio provvidenziale, che probabilmente ha salvato delle vite.




Poco dopo le tre e mezza di notte i vigili del fuoco arrivano a spegnere l’incendio.
Durante l’ispezione dello stabile per accertare danni e trarre in salvo eventuali condomini, già si sentiva -nonostante il fumo- un cattivo odore, come “di carne bruciata”.



Qui un’intervista ad uno dei vigili del fuoco che intervenirono quella notte.
Da un sacco di plastica parzialmente bruciato si intravvedeva della carne, che ovviamente pensarono si trattasse di origine animale, ad esempio proveniente da un macello. L’odore di carne bruciata (ma anche marcia) era così pervasivo che tutti gli inquilini dello stabile lo avevano sentito, prima ancora di capire che fosse in atto un incendio.

Intervistati anche due agenti della polizia criminale.
Parlarono con Honka quando questo arrivò sul posto, vestito di tutto punto con berretto, uniforme e una valigetta.
Per tutto l’appartamento trovavano vestiti femminili: negli armadi, per terra, arrotolati in giro, e poi ombrelli da donna… tutte le stanze erano piene di oggetti non appartenenti all’inquilino.
Anche loro ricordano bene l’odore di carne. Viene menzionato “il gulasch”.



Nell’ispezione trovano sempre più resti umani, alcuni semi mummificati, sotto le intercapedini del sottotetto.

Quella notte Honka non era in casa (e se lo fosse stato, probabilmente ubriaco, sarebbe quasi sicuramente morto), ma al lavoro, nel suo turno di guardiano notturno alla Shell.



Torna che ormai è quasi mattina, e trova il suo appartamento invaso da inquirenti e vigili, che allibiti stanno frugando nel sottotetto.
Senza battere ciglio afferma di essere il padrone di casa, ma sta vago con le risposte.



Passa qualche giorno prima che ci si possa formare un’idea precisa circa quello che può essere successo, e le eventuali responsabilità: tra gli oggetti della casa si rinvengono scarpe da donna, vestiti da donna, effetti personali, gioielli, tutto ben tenuto e ben riposto; e anche 4 documenti di identità, che verranno poi ricondotti alle 4 donne- le quali risultano del tutto irreperibili.

La quantità di oggetti è superiore a quelli che potevano possedere quattro donne (ad esempio le scarpe sono molte di più).
Si è ipotizzato che le vittime potessero essere di più rispetto a quelle accertate, ma non si è mai saputo con certezza.



Le autopsie (molto difficoltose, a causa dello stato di mummificazione dopo 5 anni, delle mutilazioni e della parziale distruzione) faranno il resto.

In questa foto si riconosce la parte superiore di un corpo.




A causa del peculiare depezzamento, l’indagine si indirizza immediatamente verso il delitto di natura sessuale“.

Honka, al momento dei fatti 39enne, viene arrestato.

Ammette di aver ucciso tre donne, ma non ricorda nulla del come e del perchè. Della quarta vittima non ricorda nulla.



Come è accaduto per Jeffrey Dahmer, ci si rende conto dell’esistenza di un serial killer …solo nel momento in cui è stato scoperto.

Un tg dell epoca.




Piccola nota a margine: il suo avvocato difensore fu uno dei più famosi della Germania: Rolf Bossi, figlio di un immigrato italiano.


Il processo fu difficile. Honka fu paragonato a Jack lo Squartatore, perchè sceglieva come vittime designate lo stesso genere di prostitute di basso profilo, e intratteneva sui loro corpi attività altrettanto aberranti.
In una fonte ho sentito parlare di “estrazione degli organi”, ma i particolari dettagliati mi sfuggono.

Honka coi due investigatori che hanno seguito il caso.

Sulle motivazioni profonde dei suoi crimini lui stesso non ha mai saputo, o voluto, fornire una spiegazione approfondita.

Non è stato facile, per chi si è dovuto occupare della vicenda, scendere nella mente di quest’uomo taciturno.

Gli inquirenti dell’epoca rilasciano tutt’oggi interviste sul caso.



Durante il processo fu pensato di portarlo al dipartimento di medicina legale, e di metterlo di fronte ai resti delleproprie vittime, sperando in questo modo che potesse tirar fuori qualcosa di più.
Non gli tirarono fuori molto, ma l’anatomopatologo ricorda bene ancora oggi quel giorno.

Ricorda un ometto minuto, taciturno, e lo colpì la forma particolare delle sue mani (probabilmente deformate da quell’allergia al cemento che aveva sofferto da ragazzino).
Impossibile non pensare che quelle stesse mani avevano strangolato quattro donne innocenti.

Le mani di Fritz Honka.



La difesa durante il processo fu abile a trasformare ogni elemento contro di lui in una specie di attenuante: ad esempio calcò la mano sulla necrofilia, a dire il vero difficilmente riscontrabile senza ombra di dubbio sui corpi, ormai deteriorati e parzialmente distrutti, ma intuibile nella scelta dell’omicida di passare tanti giorni coi cadaveri sul pavimento, e anni coi pezzi di cadavere nascosti nel muro.

A questo si unirono gli anni infantili sotto gli abusi del padre, il campo di concentramento, i disturbi fisici sopraggiunti appena cercò di imparare un mestiere, la truffa del falso figlio, l’incidente deturpante, e l’alcolismo.



Per l’accusa invece, migliaia di persone avevano subito gli stessi traumi, ma non erano diventati assassini seriali.



Comunque, secondo la sentenza finale, Honka soffriva di un vizio parziale di mente, e verrà destinato non al carcere, ma ad un ospedale psichiatrico, nel quale resterà per i successivi 17 anni (due anni in più rispetto all’effettiva condanna, credo sulla base di valutazioni psichiatriche svolte negli anni).

Una volta dimesso, nel 1993, sarà ricoverato presso una casa di cura per anziani, sul Mar Baltico, sotto il falso nome di Peter Jensen.
Nessuno nella struttura era a conoscenza del suo passato, neanche gli infermieri.

Morirà un anno dopo, il 19 ottobre 1994, a 62 anni, principalmente per le conseguenze dell’abuso di alcol e nicotina.

La località marittima di Scharbeutz

Ho letto il commento di un utente di youtube, il quale giurava che una persona che ha lavorato al centro anziani in quel periodo, gli ha raccontato che Honka (ha scoperto solo dopo chi fosse quel paziente), non importava quanto fosse pulita la camera, o quanto stessero spalancate le finestre sul mare: diceva sempre di sentire odore di cadavere.





Il servizio di un TG dell’epoca:

Il pub oggi:


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A presto!

2 comments

  1. Un articolo molto interessante sulla figura di Fritz Honka, soggetto dell’ultimo film di Fatih Akin “Der goldene Handschuh”. Finalmente dei contenuti più ricchi e articolati di altri testi in italiano reperiti fino ad ora on-line (quasi sempre copy-paste da Wikipedia), immagini inedite e un link a un prezioso documento video necessario per l’approfondimento. Lodevole il registro col quale vengono esposti i fatti, ben distante dal consueto sensazionalismo e voyeurismo di molti altri blog che trattano tematiche affini con l’intento di provocare disgusto più che di informare. A differenza di chi scrive ho invece trovato riuscito il film, soprattutto quando manifesta l’intento di evitare una narrazione tradizionale del passato di Honka (che tuttavia emerge da alcuni sottili particolari) e di rendere concrete e umane, senza idealizzarle, le vittime che – a mio avviso – vengono con questo stratagemma narrativo salvate dal semi anonimato nel quale la vera vicenda le ha purtroppo relegate.

    • Grazie Christian per il tuo commento!
      (Per di più in calce al post: solo pochi temerari hanno osato…)

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