“Il Bandito della Luce Rossa”

Un aggressore che sceglie coppiette appartate, in auto, la sera.

Le va a cercare nelle “Lover’s Lane”, nei posti dove i ragazzini parcheggiano per scambiarsi effusioni.

Per non far fuggire le coppie, si avvicina alle loro auto esibendo un lampeggiante acceso, in modo da fingersi poliziotto.



Mentre “l’agente” chiede i documenti al guidatore, che collabora -distratto e imbarazzato- il soggetto tira fuori la pistola, e li minaccia.

Spesso separa la ragazza dal compagno, per disporre del suo corpo a suo piacimento.

Uno scenario decisamente filastoniano, ma ancora una volta non parliamo del “Mostro di Firenze“; ma di Caryl Chessman: rapinatore, rapitore e stupratore.
Qualcuno lo sospetta anche di omicidi, ma non è mai stato dimostrato con certezza.

Allo stesso modo si parlò molto di un gruppo di assalitori, ma non si riuscì mai a collocare con sicurezza altri individui sulle scene dei delitti compiuti da Chessman.

In totale fu sospettato di 17 episodi ai danni di coppie, che spaziavano dalla sola rapina allo stupro.

Uno sguardo sulla sua vita:

fu segnato psicologicamente nell’infanzia per via della paralisi della madre, avvenuta come conseguenza di un incidente d’auto.

Il padre, in una situazione aggravata dalla Grande Depressione, stentava a tenersi un lavoro per lungo tempo e mantenere dignitosamente la famiglia, gettandolo in una condizione di disperazione e vergogna, e portandolo a tentare due volte il suicidio.

Caryl in seguito affermerà di aver iniziato la sua carriera criminale proprio “per aiutare i genitori impossibilitati”: secondo la sua versione, rubava e rapinava per loro.
Un benefattore costretto dagli eventi, per così dire.

Come per tutti gli psicopatici e gli antisociali, la colpa delle loro azioni è sempre da attribuire a qualcun altro, o ad una “situazione che li ha costretti”: non certo alla loro perfetta persona, superiore alla media sotto ogni aspetto.





Un Robin Hood, però, non avrebbe avuto alcun “nobile motivo” per sodomizzare ragazzine minorenni con una pistola puntata alla testa.



Chissà (se non si fosse sempre professato innocente) a chi avrebbe attribuito la colpa dei suoi stupri.
Così brutali da incidere molto sulla futura sentenza di condanna a morte.
Una pena severissima, se consideriamo che non è mai stato dimostrato che fosse davvero un assassino.
Ma le gravi ripercussioni fisiche e psicologiche che le vittime subirono, fecero giustamente un grande scalpore.

Chessman quindi ufficialmente ha sempre rigettato le accuse proclamandosi innocente- peccato che molte delle vittime lo abbiano identificato senza esitazioni in mezzo ad altri detenuti, senza ombra di dubbio, anche a causa della sua fisionomia difficilmente confondibile.

Mette i brividi pensare che se Caryl Cessman le avesse uccise, come altri delinquenti hanno fatto con le loro vittime di stupro, molto probabilmente l’avrebbe fatta franca. Nessuno lo avrebbe mai identificato.



Per comprendere le sue dissennate scelte difensive, occorre di nuovo gettare uno sguardo alla sua infanzia.

Figlio unico, il suo nome di battesimo (i genitori erano devotissimi cristiani battisti) era “Carol“, ma da adolescente cominciò a pretendere di farsi chiamare “Caryl”, un nome che sentiva come meno effeminato.

Magrolino e malaticcio: fin dall’infanzia soffriva di asma, che lo “fece crescere debole”.
Situazione aggravata da un’encefalite, che secondo i familiari “gli cambiò il carattere”.

Nonostante crescendo avesse guadagnato una statura di tutto rispetto,
probabilmente continuava a soffrire di profonde insicurezze psicologiche.

Forse anche per compensare questo disagio interiore, durante gli anni giovanili diventò il leader di una piccola banda di criminali, organizzando rapine spregiudicate, che spesso si risolvevano con sparatorie contro i poliziotti, in un far west cinematografico che gli andava a pennello.

Questo tratto narcisistico emerge anche successivamente, nella sua scelta di difendere se stesso in tribunale, rinunciando al suo avvocato.

Una scelta che gli si rivelerà decisamente fatale, ma che nella sua presunzione non riconoscerà mai nella sua gravità.

Chessman si auto-difende in aula- piuttosto allegramente, anche.

Scrisse ben 4 libri in cella, dipingendosi come una “povera vittima della società”.

La severità della pena e il suo entusiasmo nell’auto-difendersi gli procurarono simpatie, portando addirittura ad una campagna pubblica, orientata a riconsiderare la pena di morte negli Stati Uniti- sostenuta tra gli altri da Aldous Huxley, Ray Bradbury e la first lady Eleanor Roosevelt.

Chessman riuscì a rimandare più volte la propria esecuzione per anni, a volte anche solo di pochi giorni per volta; ma alla fine fu comunque giustiziato.

Prima che fosse eseguita la pena di morte, da uno dei suoi libri fu tratto un film, nel 1955- ovviamente con il suo permesso.

Si può vedere per intero qui, in inglese.



Una vicenda conosciutissima in USA, e non solo.

L’iperbole del cattivo gusto: in Messico un wrestler si è soprannominato “Chessman, l’Assassino della luce rossa” in suo onore.




La vicenda di Caryl Chessmann è qui raccontata magistralmente dalla Storia in Giallo, caricata da Alexxya per tutti noi:


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