“Il ragazzo-pollo delle Fiji”



E’ un titolo brutale, spietato.
Ma mai tanto quanto la sua intera storia.

Mowgli, illustrazione del 1895.





Ho sempre qualche problema a trattare crimini che coinvolgono bambini, e la maggior parte dei casi che alla fine scelgo di non divulgare sono proprio gli omicidi di minori.

Non che i casi nei quali i bambini riescano a sopravvivere siano meno dolorosi.

Esiste tutta una branca della pedagogia che affronta il tema dei “feral children”, cioè bambini cresciuti in condizioni di trascuratezza estrema e isolamento sociale.

Per anni da soli nei boschi, o allevati da animali selvatici- o allevati sì da persone- ma come animali.



Il cinema e la letteratura ne sono sempre stati popolati, perchè comprensibilmente è un tema che atterrisce e in qualche modo affascina- in modo particolare a partire dall’Illuminismo, quando si cominciava ad interrogarsi in modo diverso circa la vera natura dell’uomo, e all’approccio educativo da adottare nei confronti dei bambini.



Tutti conosciamo Mowgli, il protagonista del Libro della Giungla (1894), libro dal quale sono state tratte decine di versioni cinematografiche.

Molti di voi avranno anche visto “Il ragazzo selvaggio” di -e con- Truffaut.

Il film stupisce e commuove, anche se la storia vera dalla quale è tratto è ancora più drammatica.

Per leggere della reale vicenda clicca QUI






Se pensiamo che questo fenomeno sia limitato al passato, sbagliamo: si sono verificati anche in tempi relativamente recenti casi di bambini cresciuti coi cani, coi lupi, con le scimmie, con le capre, con gli orsi, coi bufali o con le gazzelle.

Queste storie, a volte scarsamente documentate, sorprendono e lasciano immaginare una specie di fusione col mondo animale, in un’aura quasi mitologica, che in quanto italiani conosciamo bene (Romolo e Remo allattati dalla lupa).

Amala e Kamala erano due bambine cresciute coi lupi.
Questa foto viene spesso descritta come quella di un bambino siriano cresciuto con le gazzelle.
“Daniel, il bambino-capra delle Ande”.






Molto tristemente, esistono però anche casi di “bambini selvaggi” che non sono cresciuti nei boschi, abbandonati a se stessi ed esposti alle intemperie- ma al contrario sono stati rinchiusi dai genitori, in pochi metri quadri.
Per anni.



“Genie” (nome di fantasia) fu tenuta dai suoi genitori per 12 anni legata ad una sedia, in una stanza: da sola, al buio, a malapena nutrita, e col divieto di parlare.
Quando fu scoperta, a causa della disumana cattività il suo cervello non aveva sviluppato alcune aree, e faceva fatica a reggersi in piedi da sola.
Per fortuna è stata parzialmente recuperata.

“Genie Wiley” qualche anno dopo la sua liberazione.



Vanya Yudin è stato scoperto all’età di 7 anni, dopo aver passato tutta l’esistenza rinchiuso dalla madre in un’unica stanza, assieme a uccellini ingabbiati, i suoi unici compagni.

Nonostante non mostrasse segni di maltrattamento, la madre semplicemente non lo faceva mai uscire, non stava con lui e non gli parlava.

Così ormai il bambino era solo in grado di cinguettare e agitare le mani come ali.

Vanya Yudin



Dal letterario Tarzan al misterioso Kaspar Hauser, le declinazioni sono purtroppo infinite- e i casi che dovrei menzionare -reali, tristissimi- davvero tanti.


Veniamo al nostro.
Sujit Kumar (da non confondere con un omonimo attore) è nato nelle Isole Fiji, un luogo che a noi richiama un paradiso.

La sua vita, invece, è stata un inferno.



Era rimasto orfano di entrambi i genitori quando aveva meno di due anni.
(Alcune fonti riportano del suicidio della madre, e del successivo omicidio subito dal padre, pochi anni dopo).

L’unico parente, a parte alcuni fratelli più grandi, era un nonno.

Il quale non trovò niente di più saggio che rinchiudere il bambino nella gabbia dei polli, situata sotto la casa.

Una abitazione tradizionale delle isole Fiji.
Attualmente molti nativi vivono in una condizione di povertà- in baracche costruite su corte palafitte.





E lì sotto il piccolo Sujit è rimasto per i successivi 6 anni.

Senza alcuna vera interazione umana, a parte urla e percosse da parte del nonno- intravisto per il tempo che serve a buttare a terra un po’ di cibo, o per prelevare una gallina per cena.

Il bambino non può imparare da nessuno a parlare.
Gli unici versi che apprende sono quelli che fanno polli e galline.

Dorme per terra, tra le feci degli uccelli, mangiando come loro quello che trova.

Una giornalista anni dopo è andata a visitare la casa sotto la quale ha vissuto Sujit per anni.





Gli unici esseri viventi coi quali il bambino si poteva relazionare erano i polli, che fornivano uova e carne alla famiglia.

Da loro quindi ha appreso tutto ciò che poteva.
Ad esempio la postura.
Camminava rannicchiato, con i polsi ripiegati sul petto, come ali chiuse.

Si guardava attorno con movimenti rapidi del capo, come fanno appunto gli uccelli, le labbra protruse a simulare un becco.

“Beccava” il cibo, a suo modo. Se trovava uno scarafaggio lo mangiava il più velocemente possibile, prima che qualcuno dei suoi “compagni” glielo rubasse.


Quando ha 8 anni finalmente qualcosa cambia.
Forse era diventato troppo grande per riuscire a stare lì sotto coi polli.
Forse neanche le bastonate riuscivano più a tenerlo a bada.
(Qualche fonte riporta che fu trovato di notte, solo, in mezzo ad una strada: se fosse scappato da solo, o se fosse stato liberato da qualcuno, per pietà o per fastidio, non è dato saperlo).

Sujit ha paura degli umani, è difficile anche solo avvicinarlo: è stato picchiato infinite volte dal nonno, e forse anche dai fratelli, i quali comunque si rifiutano di parlare della faccenda.
Il naso è rotto e si è rimarginato male; il suo corpo è coperto di cicatrici e bruciature; mancano alcuni denti.

Una versione racconta di crisi epilettiche del bambino (non è del tutto chiaro se le avesse già da prima di essere rinchiuso, o se siano insorte successivamente), cosa che avrebbe aumentato la diffidenza e la superstizione dei familiari.




Ma nonostante la liberazione dalle vessazioni del nonno, il suo destino non è roseo: incapace di parlare (quando è nervoso emette “suoni chioccianti”), di interagire con le persone (chi cerca di avvicinarlo viene “beccato”, o meglio morso), incapace di stare in piedi, di tenersi pulito e di smettere di razzolare nella terra; più interessato a rovistare tra le foglie piuttosto che prestare attenzione a chi gli parla o lo chiama, il bambino è stato infine portato in un’ospizio per anziani invalidi, e legato con una corda ad un letto.

E lasciato lì per altri 22 anni.

Finchè, per puro caso, una signora australiana non l’ha notato e ha scoperto la sua storia.



“Homo gallinaceus Fijensis, 2005-
Forse è così che Linneo avrebbe classificato Sujit Kumar, l’uomo-pollo delle Fiji.

La sua storia non è diversa da quella di tanti bambini abbandonati a se stessi e poi ritrovati in condizioni mentali che non ci lasciano meravigliati.
La differenza è nella “copertura mediatica”, perché questa volta il first contact è stato filmato.

Elisabeth Clayton del Rotary Club di Suva, Fiji, sta visitando l’ospizio locale. Verso la fine della visita la donna guarda in camera e addita quali lavori di manutenzione vadano fatti.
Dietro di lei, su un letto separato dagli altri, si vede un uomo seduto con le braccia raccolte contro il petto e i pugni ripiegati sotto il mento.

L’uomo scruta ripetutamente la telecamera e la donna, la telecamera e la donna, con piccoli scatti della testa.
Qualcosa di meccanicamente ferino, di puramente biologico, che spalanca una voragine di non-comprensione, mentre la donna ricca e illuminata traghetta nel degrado locale la propria idea di civiltà.

Lei non se ne accorge, non subito, ma un momento dopo vede l’essere alle sue spalle, e possiamo supporre che qualcosa sia scattato, forse quello stesso sguardo di pietà che commuove Rousseau e Itard davanti al Selvaggio.

(Puoi leggere l’intero post qui)



Oggi Sujit sembra finalmente circondato da persone decise a prendersi cura di lui.

Non è stata un’impresa facile, nè per gli operatori assistenziali nè per lui.
Per 30 anni non gli è stato chiesto di fare nulla [a parte sopravvivere con le sole proprie forze, direi]. Non è in grado di stare in piedi o camminare normalmente”.

La cosa straziante è che ogni esame ha evidenziato come Sujit nel complesso sia biologicamente nella norma.
Insomma, se avesse avuto la vita che ogni bambino merita, oggi sarebbe un individuo perfettamente funzionale.

E’ proprio questa intuizione che ha attirato Elisabeth Clayton durante la visita all’ospizio: “guardandolo negli occhi, nonostante tutto, capivo che era una persona perfettamente intelligente”.







Oggi ha ormai superato i 40 anni: troppi per compiere di nuovo quel miracolo adattativo che gli permise di sopravvivere quando era solo un bambino.

Probabilmente non sarà mai in grado di comprendere del tutto questi strani animali, gli umani.
Noi stessi non siamo in grado di quantificare la cattiveria di quel nonno- a quanto pare umano come noi- che lo rinchiuse nella stia coi polli.

Però oggi Sujit è in grado di bere da una tazza, di riconoscere gli amici, e di sorridere.


La sua storia ha portato alla fondazione di un orfanotrofio nelle isole Fiji, particolarmente bene attrezzato per l’assistenza -anche psicologica.


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