Faccia a faccia con l’assassino.

Quando leggiamo la descrizione della scena di un omicidio, cerchiamo -come gli inquirenti- di immaginare quello che è accaduto negli ultimi istanti della vita della vittima.

La dinamica dell’uccisione infatti è determinante per capire il motivo che ha spinto l’assassino a fare quello che ha fatto.

Il signor Andrew Borden, ucciso sul divano del proprio salotto.
Verosimilmente da sua figlia.





L’angolo di ingresso di una lama, il numero di colpi inferti e molti altri piccoli particolari possono determinare la differenza tra la volontarietà di togliere la vita, l’incidente, o l’autodifesa.


In questa sorta di film -per il quale si cerca una sceneggiatura soddisfacente, o almeno plausibile, che conduca ad un finale già scritto e purtroppo immutabile- immaginiamo l’omicida come una figura determinata e spietata, permeata di un’autorevolezza, di una serietà terribile e irrevocabile.

Il suo obbiettivo è uccidere: e nè il terrore della vittima nè le sue suppliche lo fanno tentennare nemmeno per un istante, nè tantomeno riconsiderare il suo proposito.

“Jack lo Squartatore”, in un’incisione.




Come unica alternativa a questo scenario troviamo il suo opposto: l’assassino non si comporta come un essere umano, ma è una bestia.
Forse urla nell’accanirsi sulla vittima, gridando frasi cariche di odio; o forse neanche questo: ansima, ringhia e nient’altro- come una creatura ancestrale, subumana.

“I delitti della Rue Morgue”





Siamo costretti nostro malgrado a immaginare queste scene- per lo più attingendo al nostro bagaglio di finzione: libri, cinema, o semplice immedesimazione.

Ma la realtà, ormai lo sappiamo, supera la fantasia.

Tracy Edwards racconta in aula come è fuggito da Jeffrey Dahmer.




Alcune delle vittime predestinate sono scampate alla morte- per pura fortuna o grazie alla loro determinazione.


E proprio questi sopravvissuti ci raccontano quello che in effetti il killer ha detto loro.

Michael Gargiulo ,non riuscendo a prevalere sulla sua ultima vittima, si è semplicemente scusato, sperando che tutto sarebbe tornato a posto.

Joseph DeAngelo tra uno stupro e una minaccia di morte andava nella cucina della coppia sequestrata e faceva uno spuntino, magari con gli avanzi del tacchino del ringraziamento. Poi tornava a torturare, come se nulla fosse, in una situazione surreale proprio in quanto banale.



Nulla di “malignamente epico” nelle infami imprese di questi soggetti, che in definitiva non sono creature mitiche uscite dagli inferi, ma nient’altro che ometti frustrati, che scelgono di rifarsi su persone del tutto estranee.



Le ultime parole che la vittima di un serial killer può udire, ahimè, possono essere tanto inaspettate quanto disturbanti.

Perchè non dobbiamo dimenticare che loro -gli assassini seriali- più che altro si stanno divertendo.



“Monelli” in posa con aria da duri, anno 1930.





Hermi, come forse lo chiamavano la mamma e i compagni di gioco, era solo un bambino di 8 anni.


Un giorno se ne stava camminando tranquillamente lungo un sentiero in mezzo ai campi, diretto verso casa, a sud di Düsseldorf.

Un sopralluogo, forse proprio in quel campo.



All’improvviso davanti al bambino si era parato un uomo elegante.
Nulla di cui aver paura, naturalmente.


L’uomo portava con sè una bicicletta. La teneva con una mano.
Nell’altra, invece, era apparso un lungo coltello.


Con tono sereno e amichevole, sorridendo, aveva detto al piccolo Hermann: “Adesso ti voglio proprio tagliare quel collino“.

Una delle armi preferite da P.K.





Il bambino non aveva risposto al sorriso.
Non era neanche scappato gridando, però.
Probabilmente il suo cervello stava cercando, faticosamente, di elaborare una serie di dati totalmente contraddittori.

Un uomo sconosciuto ti si para davanti, spuntato dal nulla. E questo è già sorprendente di per sè.
Tuttavia ha un aspetto rispettabile, ordinato, amichevole e simpatico.
Però… ha anche un coltello.
E, cosa veramente dura da metabolizzare, sta dicendo di volerti uccidere, qui, in pieno giorno, senza nessun motivo; davvero non l’hai mai visto prima in vita tua.




Il bambino rimane semplicemente paralizzato.
Una reazione naturale ma fatale.

Le informazioni contrastanti tuttavia non impediscono alla parte più profonda della sua coscienza di sapere con assoluta certezza di trovarsi davanti ad un predatore.

“Mi avrebbe fatto a pezzi” è la consapevolezza che Herman ha avuto in quegli attimi.

Il cappello perduto da Ida Reuter, una delle vittime.





E sarebbe davvero finita malissimo per lui, se per puro caso un suo amico, Werner, non avesse visto in lontananza la scena; e non avesse avuto la prontezza di gridargli: “corri oltre i binari, dietro c’è la stazione di polizia!”

Erano bastate quelle parole per far trasalire l’uomo elegante, che in un secondo era montato sulla sua bicicletta, scomparendo nel nulla.

La stazione centrale all’epoca.





I due bambini poi erano davvero corsi alla stazione della polizia ferroviaria, la quale senza un momento di esitazione -quel faccino bianco di terrore era stato abbastanza eloquente- aveva mandato gli agenti alla ricerca di quell’uomo in bici e ben vestito. Invano, purtroppo.




Il piccolo Hermann sembrava sul serio aver visto un fantasma: anzi un vampiro, proprio quello che stava seminando morte e panico tra la popolazione.


Ancora non si conoscevano tutti i particolari, ma quello che la polizia cercava era un vero pervertito, che aveva ucciso bambini ma anche adulti; che come interesse aveva la zoofilia, la piromania, il furto, e che aveva una vera fissazione per il sangue.

Un personaggio che una volta, passeggiando per un parco, aveva catturato un cigno, l’aveva sgozzato e ne aveva bevuto il sangue.
Un soggetto che riusciva comunque a controllare la volontà omicida anche per anni, limitandosi a furti e crimini minori.
Tutt’altro che un “folle”, quindi.

Fiammiferi ritrovati sui luoghi di alcuni degli incendi dolosi.




Narcisista com’era, si divertiva a spedire lettere ai giornali.

Arrivavano da tempo missive di sedicenti assassini (in una, l’autore puntava il dito verso “le donne scostumate”: “dite loro di non indossare gonne così corte, perchè fanno diventare gli uomini dei perversi; o ucciderò di nuovo“), ma le lettere originali, inviate dal vero killer, spiccavano tra le altre. Ad esempio perchè contenevano mappe.

La prima di questo genere condusse direttamente al corpo di una delle vittime, che fino ad allora era solo un caso di scomparsa.

La busta affrancata.
La prima lettera.

Nel corso delle indagini un uomo con ritardi mentali fu arrestato con l’accusa di essere il vampiro.
Confesserà tutto e verrà internato, ma in realtà era innocente.

Un confronto tra i crani di alcune vittime del “Vampiro”.





Nel maggio dell’anno seguente finalmente Peter Kürten fu arrestato.
Perchè si fece trovare, di propria volontà.
Per garantire alla propria moglie la riscossione della taglia sulla propria testa.
Ai poliziotti dirà: “Ce ne avete messo, di tempo!”.

L’appartamento che divideva con la moglie.


Kürten fu processato (i documenti raccolti a suo discapito riempivano un intera parete nell’archivio), e condannato alla ghigliottina, con suo sommo piacere.

http://erichs-kriminalarchiv.npage.de/die-grossen-kriminalfaelle/die-grossen-kriminalfaelle-21-fall-1931.html Zehn Tage wurde der Fall Peter Kürten vor einem Gericht in Düsseldorf verhandelt, bis er am 22. April 1931 wegen neun Morden zum Tode verurteilt wurde.




Il piccolo Hermann riconobbe subito sul giornale il volto di quell’uomo elegante che aveva incontrato, di quel mostro ben vestito e sorridente.



La vicenda influenzò sicuramente il regista Fritz Lang durante la realizzazione di “M, il Mostro di Düsseldorf”, del quale abbiamo già parlato qui; e anche se lui rivendica la paternità dell’idea, è innegabile che con l’Ispettore Gennat ne avranno discusso molto (“M” uscì appena un anno dopo l’esecuzione di Kürten).

Interessante il frammento dell’intervista, perchè parla anche di Lombroso e del perchè scelse Lorre:

In effetti gli esami compiuti (fuori e dentro Kürten: gli fu analizzato anche il cervello) non evidenziarono mai la minima anomalia che potesse spiegare scientificamente la sua ambnorme malvagità.


Il film completo:






Hermann Mühlemayer oggi non è più un bambino: ha avuto una lunga vita, ma non ha mai dimenticato quegli attimi faccia a faccia con il Vampiro.



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